Il dottor Ignazio era un puntino bianco all’orizzonte a segnare la rotta del gregge. I catecumeni lo seguivano, reggendo l’estremità di leggeri bastoni di legno che formavano un cordone di esili figure debitamente distanziate di un metro le une dalle altre.
“Forza, branco di pecorelle senza spina dorsale” li apostrofava quando i giovani battevano la fiacca, “avete dimenticato la vostra dose di taurina stamani?”, “Gambe in spalla e mascherine sopra il naso!” risuonava la sua voce amplificata dal micromicrofono.
Quando la canicola e l’impervia salita inducevano qualcuno ad abbassarsi il bavaglio per alleviare l’affanno, l’orologio digitale del dottor Ignazio emetteva un beep di allarme. Allora il buon pastore raggiungeva la pecorella smarrita e la redarguiva a dovere.
Ogni mattina, giunti al campo, li aspettava un nuovo episodio della saga di Escathon sulla rifondazione scientifica del Paradiso terrestre. Dopo ogni puntata, i catecumeni vibravano di afflati eroici e si predisponevano a sostenere gli esercizi spirituali con disciplina e fervore, non prima di essersi rifocillati con una barretta di carne sintetica. Mentre si mettevano in fila indiana per ricevere la propria razione, la voce metallica del dottore ricordava a tutti, ma soprattutto agli scettici del gusto e ai nostalgici delle salsicce, l’etica della carne pulita che avrebbe consentito il ripopolamento dell’Eden in nome della biodiversità e del pacifismo interspecifico.
“E mi raccomando, non abbiate timore ad ingerire la confezione della vostra barretta, poiché, come sapete, se il nostro plasticometro non supererà settimanalmente il livello 1, riceveremo in anteprima la nuova stagione di Escathon e una fornitura di taurina per un anno!”
Seguivano ulteriori rassicurazioni sull’innocuità della composizione chimica dell’involucro che, una volta ingerito, si sarebbe rapidamente disciolto a contatto con i succhi gastrici.
Quella mattina, per la prima volta dall’inizio del Ritiro spirituale, una mano si sollevò dal gregge in cerca di udienza.
“Mi scusi, Dottor Ignazio, io ho visto alcuni ragazzi vomitare dopo aver ingoiato la plastica, e altri restare senza fiato…” disse una voce tremolante.
“Non c’è alcuna correlazione tra i due eventi. Questa è superstizione antiscientifica, è l’anticamera dell’Inferno! Con questa ridicola affermazione ti sei meritata un pollice verso.” tuonò il dottore e con la maestria e la precisione di un grande direttore d’orchestra, sollevò in aria le braccia e dette il via ad un concerto di risate. Il gregge obbedì senza riserve, esponendo l’eretica ad un minuto di pubblico ludibrio. La regola voleva che dopo tre pollici versi il catecumeno venisse espulso dal Ritiro spirituale e dall’accesso alla SS, la Santa Sanificazione, scopo ultimo di quella fase propedeutica trascorsa al campo sotto la guida del Dottore. Ester, questo il nome della bambina che aveva avanzato l’obiezione, chinò il capo in segno di pentimento e si ripromise di tenere a bada il suo cervello che aveva un’innata e colpevole tendenza a stabilire collegamenti sinaptici arbitrari tra gli eventi e le cose del mondo. Sapeva che quel suo malfunzionamento era frutto di un’educazione obsoleta e si sarebbe sinceramente impegnata per cambiare se stessa in meglio in virtù del bene universale. Aveva fede nel progetto di rifondazione del Paradiso terrestre, era una grande fan di Escathon ed eseguiva gli esercizi spirituali con tutta l’abnegazione di cui era capace. Non avrebbe permesso a delle stupide interferenze cerebrali di compromettere il suo futuro e quello dell’umanità intera. Con rinnovata speranza, si avviò verso il banco dei tamponi cerebrali, una pratica igienica irrinunciabile per chiunque volesse intraprendere un percorso catartico sociosalvifico. Un braccio robotico introduceva una sottile bacchetta all’interno della cavità nasale fino a raggiungere la barriera ematoencefalica e ne estraeva una minuscola quantità di materia organica. In meno di un minuto il test era in grado di rilevare la percentuale di cellule spurie, cioè corrotte da uno o più peccati. In base al risultato, il robot stabiliva quali e quanti esercizi fosse necessario eseguire per ripulire la materia cerebrale. La scienza, quella con la esse maiuscola, aveva già ampiamente dimostrato che il peccato, quello che per millenni la religione aveva chiamato così, altro non era che un’alterazione cellulare precancerosa che, se estirpata precocemente, non lasciava tracce permanenti. Non sottoporsi quotidianamente al test significava, al contrario, esporsi al rischio di sviluppare forme di peccato capaci di evolvere in tempi brevi in tumori fortemente trasmissibili e senza dubbio letali. Quando il robot le infilò la bacchetta su per il naso e raschiò nel suo cervello, un forte bruciore le assalì il cranio e la vista le si appannò di colpo. Sapeva che quell’effetto, per quanto doloroso, era transitorio e così si trattenne dall’esprimere le sue lamentazioni. Quella mattina, il test rilevò una percentuale di materia corrotta pari al trentotto per cento. “Maledizione! Se non avessi avuto quell’uscita così insolente poco fa, avrei ottenuto un risultato migliore” commentò la bambina, martoriandosi le pellicine delle unghie sanguinolente. In effetti, gli esiti dei tamponi dei suoi compagni erano tutti migliori del suo, e oscillavano tra il quindici e il ventotto percento. Ma avrebbe recuperato, ne era certa. Se c’era qualcosa da salvare nell’educazione che aveva ricevuto, per il resto deprecabile, era la tenacia in vista di un obiettivo. Afferrò il referto gentilmente porto dalla mano robotica, lesse il primo esercizio spirituale che avrebbe dovuto praticare e si avviò verso il misuratore di CO2. Si trattava di una prova di apnea prolungata volta a minimizzare il rilascio di anidride carbonica nell’aria. Inutile ridurre il traffico cittadino e quello aereo, se ogni essere umano sul pianeta continuava a respirare impunemente a pieni polmoni. In attesa che i progressi scientifici consentissero di invertire il processo della respirazione polmonare rendendo possibile l’immissione di anidride carbonica e l’emissione di ossigeno, ognuno era chiamato a fare la propria parte per la salvaguardia dell’ambiente. Nel nuovo Eden gli esseri umani avrebbero smesso di respirare per apprendere la preziosa arte della fotosintesi clorofilliana. Mentre applicava il nastro isolante sulla bocca e sulle narici per essere sicura di eseguire l’esercizio correttamente, il sibilo di un pianto sommesso catturò la sua attenzione. Rannicchiato in un angolo dell’area giardino, vicino al misuratore di CO2, un suo compagno piangeva. Ester gli si avvicinò, curiosa e compassionevole ad un tempo.
“Soffro d’asma” sussurrò il ragazzo abbassandosi la mascherina e inalando ossigeno da un distanziatore, “Se vado in apnea muoio, ma non voglio beccarmi un pollice verso!”
“Forse puoi ottenere un certificato di esenzione per questa prova. Hai chiesto al Dottor Ignazio?”
“Impossibile. Dice che tutti quelli che la chiedono sono solo dei fifoni.”
“Ma tu hai un problema di salute, dovrebbe essere diverso!”
Ancora una volta Ester si morse la lingua per aver indebitamente avanzato ipotesi non previste dal regolamento.
“Andrà meglio con i prossimi esercizi, tieni duro” lo incoraggiò senza troppa convinzione, “è il mio turno, puoi lasciarmi il posto se hai finito?” gli chiese in tono gentile, appoggiando una mano sulla sua spalla, in uno spontaneo gesto consolatorio.
“Che fai, sei pazza?”
“Scusa, scusa” si giustificò lei, allontanando in fretta la mano dal corpo del ragazzo. Quei gesti, quella prossimità della pelle, del respiro, quella promiscuità dei corpi, così antiquata eppure ancora non del tutto eradicata in qualcuno, erano da intendersi come di là da venire, come una promessa del nuovo Paradiso. Solo corpi purgati, igienizzati all’interno e all’esterno, sanificati e santificati tramite la SS avrebbero potuto toccarsi senza paura di essere mortali l’uno per l’altro. Per neutralizzare l’avvenuto contatto con la mano di Ester, il giovane si cosparse copiosamente di spray repellente all’ozono e, continuando a singhiozzare, si allontanò a gambe levate. Lei rimase un po’ a guardarlo, mortificata, prima di essere richiamata all’ordine dalla voce metallica del dottore che ricordava il rispetto dei tempi previsti per l’esecuzione degli esercizi. Chiuse gli occhi, gonfiò i polmoni e trattenne il fiato lasciando affiorare il ricordo di un’antica estate al mare, quando suo padre le insegnava a nuotare sott’acqua, nel silenzio ovattato dei pesci. Quando li riaprì, erano trascorsi due minuti e trentacinque secondi, un risultato apprezzabile rispetto alla media giornaliera del gruppo. Neanche l’ago del misuratore di CO2 si era mosso, segno tangibile che l’esercizio era stato svolto con successo. Con rinnovata speranza, la bambina seguì le frecce luminose che indicavano la sua prossima meta, una vecchia cabina per fototessere adibita a confessionale informatico, ingegnoso frutto della cultura del riuso. La pratica della confessione era stata bandita da almeno un decennio, poiché giudicata lesiva della privacy, e sostituita da un report elaborato da una rete neurale artificiale altamente evoluta. Niente dati sensibili, solo stringhe di bit. Anonime e candide come la neve prima delle piogge acide. In effetti, nessuno avrebbe potuto sentirsi condannato o assolto dal giudizio di una macchina, per quanto sofisticata fosse, ma solo informato, messo a conoscenza dei propri dati. Eppure Ester non poteva fare a meno di provare un certo disagio, come una leggera nausea, senz’altro retaggio di un’educazione che indulgeva nel sentimento a discapito dell’oggettività dell’analisi. Respirò (non troppo profondamente per non vanificare la buona riuscita della prova precedente), mise a tacere ogni interferenza cerebrale ed entrò nella cabina. Non appena ebbe introdotto il referto del tampone all’interno di una bocchetta, comparve sullo schermo la prima domanda:
“Come è morto tuo padre?”
“Lascia in pace mio padre”, avrebbe voluto rispondere ma naturalmente non lo fece.
“In un crepaccio, mentre sciava” disse sommessamente.
“Sai perché non è stato possibile soccorrerlo?”
“Sì, lo so”
“Allora dillo.”
La bambina sbuffò, infastidita dalla tendenziosità della domanda ma si dominò pensando che tutto questo avesse un senso, che rifondare il Paradiso in terra valesse qualche seccatura.
“Perché non aveva il geolocalizzatore sottocutaneo.”
“E perché non ce l’aveva?”
“Perché non voleva essere controllato, suppongo”
“In una società ordinata, chi teme il controllo?”
“Chi ha qualcosa da nascondere”
Ester sapeva che ogni risposta diversa da quella avrebbe messo in allarme il sistema operativo causandole non solo un ulteriore pollice verso ma anche digiuno e isolamento. Così ricacciò ogni dubbio, ogni visione non conforme, anche perché, in cuor suo, non era più convinta della bontà delle ragioni di suo padre, quelle ragioni di un’ideologia stanca, quelle ragioni astratte, mitiche, nemiche dell’efficienza e della sicurezza. Lei il geolocalizzatore, che era obbligatorio dall’età di cinque anni, ce lo aveva eccome. Era stata sua madre a insistere e a farglielo impiantare di nascosto da suo padre. Quando lui lo aveva scoperto, l’aveva lasciata per andare a vivere in un ecovillaggio. All’inizio Ester l’aveva odiata, ma poi, crescendo, aveva capito che sua madre aveva agito per il bene, che sottrarsi a quel dispositivo, per altro minimamente invasivo, le avrebbe impedito di frequentare la scuola, di fare sport, di andare a un cinema o in pizzeria. Che vita avrebbe vissuto? Senza contare che non sarebbe stata ammessa al campo del dottor Ignazio. Certo, ogni tanto la nostalgia la pungolava, le offriva immagini sbiadite di lei e suo padre che facevano la parodia degli spot pubblicitari o dei personaggi politici, che scrivevano “Basta mascherine a scuola” quando ancora era permesso scrivere. Ma poi pensava a quel crepaccio gelido e ringraziava sua madre.
Dalla bocchetta uscì una ricetta medica con su scritto: “Dimentica tuo padre”. La bambina soffocò l’amarezza in un pugno chiuso e, persuasa ormai della necessità di quel rimedio, seguì la freccia dorata. Attraversò un ponte sospeso sopra una discarica di protesi di silicone e si trovò di fronte ad un altissimo cancello che recitava “Beata chimera fit”. Escathon aveva illustrato fin dalla prima stagione chi fossero gli uomini chimerici, creature coltivate in laboratorio ibridando cellule biologiche con cellule artificiali fino a generare umanoidi in grado di sviluppare comportamenti altamente resilienti in contesti di crisi programmata. I più ecocompatibili, produttivi, pacifici, funzionali e performanti mai esistiti, gli unici degni del Paradiso Terrestre. Un soldato la fermò, non appena oltrepassato il cancello. Un lussureggiante giardino si distendeva placido all’orizzonte, tra collinette fiorite, pettirossi cinguettanti e umanoidi che portavano a spasso tigri della Malesia. Quella era la prefigurazione a scopo didattico del nuovo Paradiso. I catecumeni dovevano esercitarsi a riconoscere gli esseri umani infiltrati abusivamente dagli uomini chimerici aventi diritto, e sparare ai primi con un fucile caricato a valium. Ester imbracciò l’arma e il soldato azionò il timer del suo orologio. Aveva cinque minuti per mettere fuori gioco gli infiltrati senza essere squalificata. Quella era senza dubbio la prova più difficile perché nessun segnale manifesto era da considerasti suggestivo del discrimine. Niente, nell’aspetto esteriore, né nelle reazioni visibili, era una prova certa dell’identità specifica degli abitanti dell’Eden. Nel tempo, le differenze si erano progressivamente assottigliate rendendo sempre più sofisticata l’arte del riconoscimento e del tiro al bersaglio. Si trattava di affinare l’intuito, di allenare il fiuto, come fa il bravo detective o il cane da tartufi. Si trattava, in ultima analisi, di sentire più che di intelligere, di provare, al cospetto di un essere di natura mortale, lo stesso disgusto che si avverte di fronte a un cibo rancido. La bambina si inoltrò in un boschetto al centro del quale, su una radura, un gruppo di individui in cerchio cantava l’inno alla Gioia. Ester canticchiò la melodia trionfale tra sé e sé, e procedette spedita. Più avanti, un uomo passava una penna laser sulla ferita di un bambino appena caduto, cicatrizzandola all’istante, mentre un altro gettava del mangime in un recinto di cavallette azzurre, prelibatezza del nuovo mondo. Attraversò l’area del razionamento, dove i viveri e l’energia elettrica venivano equamente distribuiti, rendendosi conto che il tempo stava per scadere e ancora nessuna preda si profilava all’orizzonte. Possibile che non ci fossero infiltrati? O era lei che ancora non aveva fiuto, non aveva istinto per la caccia all’uomo? Di colpo, sentì freddo, un freddo pungente che le pizzicò la pelle e un fiocco di neve le bagnò la lingua. Una fitta coltre vestì gli alberi di bianco e acquietò il giardino. Il paesaggio era sospeso e un sottile disagio cominciò a salirle dal fondo del petto procurandole una leggera nausea. Non sapeva dove andare, come uscire, chi chiamare. Poi venne il lamento dell’uomo. Una voce di dolore s’infilò nel silenzio, senza romperlo. Come un guaito. Ester si mosse, tremante, con le scarpe scricchiolanti sulla neve fresca, seguendo il richiamo, pronta a sparare il suo proiettile medicato.
“Aiutami” articolò la voce, con estremo sforzo, “Sono qui”
L’uomo aveva gli sci ai piedi e una gamba rotta.
“Salvami, bambina mia.”
Ester caricò il fucile e lo puntò in faccia alla proiezione mentale di suo padre.
“Salvati, bambina mia”. La nausea la assaliva ora a ondate ritmiche che le gelavano le ossa. Quello non era suo padre, lo sapeva bene, era un’interferenza cerebrale. Un’antica immagine di loro due che giocavano al telegiornale buffo viaggiò nella sua mente alla velocità della luce per infrangersi contro la canna del fucile a novanta gradi. Era lui l’infiltrato, quell’uomo misero, vittima della sua stessa ridicola battaglia, quel rottame non geolocalizzabile, quel puntino fuori dalle coordinate del tempo, quella scheggia di umanità inutile.
“Tieni” sussurrò porgendole i suoi occhiali da sci, “Questo è il fiore del partigiano” e a lei venne da ridere e da piangere insieme. Rimase immobile, indecisa se accettare o meno quel misero pegno in sua memoria. Se il Dottor Ignazio l’avesse vista, l’avrebbe di certo squalificata per quel gesto di pietà non dovuta nei confronti di un infiltrato. Il volto di suo padre, ancora giovane eppure infinitamente vecchio, era contratto in una smorfia che lo incorniciava sullo sfondo della neve ghiacciata, come se fosse appartenuto a quel crepaccio da sempre. Poi si risolse, afferrò lo scabroso cimelio e si affrettò a nasconderlo in tasca. Infine, sparò la sua dose di valium e vide la proiezione disfarsi, sciogliersi insieme alla neve, accarezzata adesso dai timidi raggi del sole. Nello stesso istante in cui il timer sancì la fine del tempo, la bambina si sentì leggera, sgravata dalla nausea e dal peso della memoria, purgata e libera come non era mai stata. Suo padre si era dissolto, proprio come prescritto dalla ricetta, e un nuovo tepore cominciava a scaldarle le ossa. Ogni residuo dei vecchi sistemi di sopravvivenza era stato estirpato per renderla degna del Paradiso scientifico. Rincuorata, uscì dal giardino, riconsegnò il fucile e corse alla base, dove il dottore stava concludendo l’omelia pomeridiana.
“E in cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé, li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l’offerta di un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia, e il Signore regnerà per sempre su di loro.” Il coro dei catecumeni assentì con un “amen” e un applauso prolungato. Dall’ultima fila, Ester attendeva con speranza il responso di quella lunga sessione di esercizi spirituali. Il braccio robotico porse al dottor Ignazio il report del giorno con i dieci nomi di coloro che, grazie al superamento delle prove assegnate, avevano portato a compimento l’igienizzazione della materia cerebrale corrotta ed erano pronti a ricevere la Santa Sanificazione. Appena sentì pronunciare il proprio nome, Ester pensò a sua madre, alla gioia che le avrebbe dato la notizia e si sentì, forse per la prima volta, una brava bambina.
Gli idonei vennero chiamati a raccolta, spogliati dei loro vecchi abiti, passati sotto il getto fotocatalitico e vestiti con una lunga tunica bianca. Quando consegnò all’inserviente la sua logora tuta, Ester ebbe un’esitazione. Qualcosa di simile ad un dispiacere macchiò la sicurezza dei suoi gesti e la obbligò ad un ultimo atto di imperfezione. Salvò gli occhiali di suo padre dalla sorte che toccava a tutte le cose, e a testa bassa li indossò. La cerimonia si sarebbe svolta sull’altare, al centro del giardino edenico, al di là dell’alto cancello. Il gregge dei catecumeni si avviò dietro al pastore, e anche lei fece lo stesso, accodandosi per ultima. Il mondo nuovo che le era stato promesso, quello dei puri, dei giusti, degli immortali, il mondo dei pacifici e degli ecocompatibili, il mondo degli esseri chimerici l’avrebbe accolta e riconosciuta come degna cittadina. Presto, Escathon avrebbe smesso di essere una serie televisiva per diventare una realtà. Prima di varcare la soglia, alzò lo sguardo sull’imponente cancello; dove campeggiava la scritta “Beata chimera fit” adesso si leggeva“ Arbeitmachtfrei”. Abbassò gli occhiali e di colpo le lettere ripristinarono la frase consueta. Incredula, trattenendo ogni manifestazione di inquietudine, inforcò di nuovo le lenti scure di suo padre e l’orrore beffardo prese il posto delle chimere. Ricacciò lo sgomento in fondo alla gola e, in silenzio, simulando una calma che non aveva, smise di seguire il gregge. Discretamente, rallentò il passo, nella speranza che non si accorgessero di lei. Ma il buon pastore conosce le sue pecorelle ed è proprio con quelle smarrite che esercita tutto il suo autorevole amore paterno. Così, il dottor Ignazio si accorse che ne mancava una e tornò indietro a prenderla. Vista attraverso gli occhiali, la sua faccia, l’incarnato livido e gli occhi vacui, era quella di un morto vivente.
“Cosa sono questi?” la interrogò, strappandogli gli occhiali dal naso e gettandoli a terra.
La bambina si inginocchiò per raccoglierli mentre il pesante stivale dell’uomo li calpestò distruggendoli.
“Lo sai cosa succede alle pecorelle che si allontanano dal gregge?”
La bambina singhiozzava, scossa da un tremito incontrollabile. Lui proseguì impassibile.
“Finiscono in un crepaccio, e muoiono con le zampe spezzate, soffrendo e belando per giorni, senza che qualcuno possa sentirle, mentre il resto del gregge pascola felice, godendosi l’erba migliore dei prati migliori, senza accorgersi della sua mancanza. Perché lei è una e loro sono tante. E perché chi è felice non si preoccupa di chi manca all’appello. Non ne ha bisogno.”
Non disse altro, si voltò e s’incamminò, certo che lei lo seguisse.
L’Olocausto era di nuovo invisibile agli occhi e presto anche il suo ricordo si sarebbe sciolto nel siero della santa iniezione. Ester pianse suo padre e si consegnò al regno delle chimere.