Ora l’occhio chiuso di Carlo segue di fianco, all’altezza del volto di lei, quasi appiccicato ad esso, il passo veloce di Alessandra. La vede avanzare a grandi falcate (lo stivaletto imbottito affonda nella neve caduta di fresco) col volto rigato di lacrime e rabbia. Dove corri, amor mio?, le chiederebbe la voce, se solo potesse spezzare l’incanto: non essere triste, non è così grave aver per compagno un cane mannaro! Invece le corre dietro, aspettandosi il peggio. Il ponte sul fiume, là in fondo, è chiuso per lavori. Alessandra, con gli occhi gonfi di pianto, ne fissa il parapetto e dopo un breve indugiare, il passo riprende, diventa una corsa. Fermati, fermati! Non vale la pena di suicidarsi per così poco, pensa l’occhio e raccoglie le forze, si vuole fantasma con braccia, gambe e piedi di nulla. Ma non serve. Tutto si riduce a un vago smanacciare, o ad uno zampettio senza costrutto. Zigzagando qua e là come un angioletto ubriaco, l’occhio di Carlo piega la visuale di quarantacinque in quarantacinque gradi (si storcono fasci e pilastri del ponte) e Alessandra si affretta (la tracolla della borsa sobbalza e scivola dalla spalla all’incavo del gomito) verso il proprio destino.
Poi, però, all’altezza di un incrocio, il passo sdilinquisce e svolta a destra. I tacchi bassi ticchettano sul selciato di una via laterale su cui si affacciano case a schiera in arenaria rossa. Alessandra si ferma al numero 33, sale la scala che conduce al piano rialzato e schiaccia con forza il campanello, sulla cui targa c’è scritto: “Chris Bell. Il cinema è il mio mestiere”. Sono io, apri!
E l’occhio di Carlo la segue su per le scale, dal basso, mirando quel culo che ha ancora molto da dire. E giunta sull’ammezzato, “non ti aspettavo per oggi, potevi chiam …”, lei manco gli dà il tempo di finire (l’aveva sorpreso in una veste desueta, in grembiule da cuoco, forse intento a farcire un’oca), e gli s’incolla alla bocca. Lo trascina dentro per una manica, chiude la porta col piede e gli apre, uno ad uno, i bottoni della camicia, scendendo giù, con la lingua, per il petto glabro. E mentre l’occhio di Carlo registra tutti i suoni (il clangore metallico della fibbia slacciata, il fruscio delle calze che si abbassano, il colpo del tacco sul pavimento quando cade lo stivale dal bordo del letto), le sue mani d’aria si agitano, per l’ira, a vuoto e l’obiettivo registra, una ad una, le immagini. Le richiamerà in futuro, così da infiammare, nel basso ventre dell’ospite suo sventurato, un cinemascope di impotenza (come quello di ora, dove Alessandra, nella penombra di una stanza stipata di rullini, stativi e celluloide, cavalca godendo un bellimbusto barbuto): e la somma sarà zero, e nulla avverrà di diverso dal play e dal rewind.
Quando hanno finito, è lei a sfregare il cerino e aspirare dal filtro. Inforca gli occhiali (da nuda le stanno benissimo) e gli racconta tutto: la frase, la veste fatata, di come il suo Carlo sparisce e si trasforma … Un cane, un cane mannaro! E c’è una cabina dismessa, in downtown. Dobbiamo rubare i vestiti e … ci pensi, Chris?! Che scoop, che spettacolo, che rivelazione!
Ed eccoli, mentre l’occhio di Carlo non sa se avvisare il suo doppio o sabotare la losca macchinazione (e come potrebbe l’una cosa e l’altra, visto che la voce gli resta negli occhi e le dita, le strane dita che si ritrova, scivolano sull’invetriata oltre cui vede le sagome verdi di Chris e Alessandra nella cabina telefonica che ronza, rischiarata da bagliori di fosforo, senza poterli toccare)! Ed eccoli: lui che ripiega la veste, lei che la intasca e si sfila dal dito l’anello di fidanzamento e scrive sul vetro “Amico mio, siate lieto”, col proprio rossetto. E lui indaffarato con la videocamera, la otto millimetri nuova di pacca, che avvita sul cavalletto, mentre lei “veloce, veloce, che sta arrivando!” gli dice, e si nasconde dietro il muro sbreccato di un drugstore. E Chris ficca l’occhio nell’obiettivo, per regolare il fuoco. E dopo schiocca le dita all’indirizzo di un vicolo: c’è Jack, il collega, nascosto, che ha appena piazzato le luci e agganciato i morsetti. Fa il pollice recto, e Chris fa lo stesso dal marciapiede opposto. Tutto pronto, ci siamo: diaframma spalancato, tempo espositivo sui trenta secondi almeno … ed eccolo che arriva. Motore e azione.
Avanza circospetto, le palle e le emorroidi ciondoloni. Si guarda intorno, caso mai vi siano pulotti, carramba o finanzieri, ed entra a capo chino (di certo si vergogna come un pazzo) nella cabina. Con le narici umidicce fiuta cornetta e gettoniera, come si conviene ad un cane, e perlustra l’interno in cerca della veste che non c’è. L’occhio di Carlo, da fuori, osserva Carlo, dentro, perlustrare ogni pertugio ed agitarsi (eppure qui l’ha messa, dove non passa mai nessuno, chi poteva sapere se non … e allora vede, rossa come il sangue, la frase lì sul vetro), e non può fare nulla, perché un occhio non ha voce, non ha grido … E mentre le mani del suo doppio cercano di coprire le vergogne (il culo e le palle), ecco che flash!, dal profondo del vicolo, trionfante sullo stativo, si accende la luce di scena. Braccato e ingabbiato (ma non sarebbe “incabinato” l’espressione più adatta?), Carlo batte i pugni latrando sul vetro, perché non è (ricordiamolo ancora una volta) un orgoglioso licantropo dalle zanne affilate, ma un cane mannaro dai denti a seghetto come un bimbo delle elementari, che quando il gioco si fa duro non si avventa, con un balzo, alla tua giugulare; anzi, comincia proprio allora, con la coda tra le gambe, a scodinzolare. E all’occhio di Chris che lo riprende da dietro il cavalletto, con la sicumera di chi si sente protetto e non ha nulla da temere, altro non può fare se non ululare (ma si tratta di un ululato roco, roba da poco).
Dal giorno dopo, il video di Chris Bell subito diventato virale, tutte le tivù ed i giornali, con edizioni straordinarie e servizi speciali (tutti rigorosamente “in tempo reale”), a dar la caccia all’insolito animale. E non certo con titoli ispirati ad una qualche minaccia globale, ma più per il gusto (civicamente corretto) di spargere fiele, o di chiamare la cittadinanza a una ronda a difesa del decoro urbano (Un cane mannaro semina imbarazzo per la città, Turisti sdegnati annullano le prenotazioni), perché non è certo bello, mentre si prende un caffè al tavolino, vederti arrivare una cosa così, dal pelo grigiastro e arruffato, che chiede un biscotto o un cornetto e che puzza, peraltro, di cane bagnato …
E allora comincia lo show: i droni di Canale Sette che ronzano per lo skyline, e seguono il cane che trotta tra tetti e giardini. E i bravi cittadini in poltrona, col commento della signora Merlino, se lo godono in tivù: eccolo arrampicarsi, manco fosse King Kong, sul muro d’un villino di Via Barellai, e messa una zampa sulla ringhiera del terrazzino, dàgli a colpi di battipanni, la signora Spadolini (“giù, giù, bestiaccia!”). Vedetelo cadere, zampettando, giù a capofitto, sui castagni condominiali. O vedetelo ancora, dall’alto, braccato dall’occhio del drone (mentre l’occhio di Carlo lo segue impotente e senza spettacolo), accucciato dietro un cassonetto mentre gli caca in testa (oltre il danno la beffa) un piccione: una bella scarica di squacquera bianca che lo costringe ad uscire. “Ma l’hai visto, Fabrizio, che buffo? Chissà ora dove si andrà a rintanare!” commenta l’avvocatessa nel loft, sorseggiando uno spritz con olive. O come quando, dopo aver ricevuto pedate nel culo da pizzaioli, portieri d’albergo e merciai, Carlo riesce, camminando accucciato da una porta sul retro, ad entrare in un ex cinema porno riadibito a cinema d’essai (uno dei pochi rimasti). Quel giorno proiettano, manco a farlo apposta, I was a teenage werewolf. In altri tempi, non dico accoglierlo come qualcuno di casa e dargli asilo (un lupo è sempre un lupo), ma quantomeno, nel momento in cui la belva furoreggia sullo schermo ululando con le fauci insanguinate; gridare di terrore e precipitarsi fuori dalla sala quello sì!, quando dalle uscite d’emergenza entra il mostro vero (poco conta che fosse un attore pagato dall’impresario)! Invece manco quello. Raccolto il coraggio da dietro l’ultima fila, il petto gonfiato come un tacchino, Carlo emette un simil-guaito da can bastonato per cui nessuno sobbalza, ma incuriosito si volta, distogliendo lo sguardo dal film. E in altri tempi sarebbe successo, mancato l’effetto sorpresa, che la fiera stanata, a colpi di denti e d’artigli, li avrebbe sbranati uno ad uno, rilasciando sulla moquette del cinema, a strage avvenuta, un misto di budella e pop-corn. Ecco sollevarsi invece l’unanime risata degli spettatori, e i commenti pungenti (“Ma dài, è il cane della tivù!”, “È quasi più bello dal vivo”), e puntati su di lui, come tanti mirini, gli occhietti dei telefonini. “Stai riprendendo tutto?”, “Il video l’hai fatto? Postalo, che diventa virale!”. A Carlo, seguito dall’occhio imbelle che ne registra la fuga (come una cinepresa che mai realizzerà alcun film), altro non resta da fare se non di saltare dalla galleria laterale del cinematografo: un gran balzo dalla balaustra d’ottone. E guardatelo ora, mentre i suoi artigli spuntati, aggrappati al telone, lo stracciano dall’alto in basso (riiiiiiiiiiiiip), trinciando nel mezzo le immagini in bianco e nero del film (è la scena in cui Tony, ironia della sorte, ritrova l’istinto e fa a pezzi la cinepresa). E ammiratelo adesso, davanti al grande schermo su cui si è aperta una piccola fessura, nera e verticale, come un taglio sottile su un lenzuolo, esposto alle riprese compulsive degli smartphone e al lancio dei popcorn, Carlo, a guaire (kaii kaii)!
E quando passa di là dal telone, aggirandosi in una strana quinta tra sedie a braccioli, cavi di argani e letti a baldacchino, si accorge che il luogo è protetto da fili spinati, e si ferma interdetto, come quando qualcosa succede che neanche riusciamo a capire. E vede una porta sul fondo, piccina picciò. E come se qualcuno avesse colto la sua intenzione (perché basta quella) di raggiungerla, ecco un grido di sirene spiegate, e una luce rossa con esse, a intermittenza, cui segue un rumore ritmato di passi, da fuori. Si calano giù con le funi, dall’alto, e irrompono ai lati da ambo le quinte, drappelli di soldati armati fino ai denti: fucile, mortaio, mitragliatore Browning, tutti contro un lupo spelacchiato.
E ora vedetelo correre sulla circonvallazione esterna, mentre il furgone di Canale Sette gli sfreccia accanto e il reporter, cinepresa alla mano, gli fa un bel primo piano del muso (con la lingua di fuori) e mentre l’esercito, e i droni, e la polizia lo inseguono senza sparare (dacché non è quello l’intento – il cane è pacifico, pare). Si arriva ad un punto che il ponte, chiuso per lavori (proprio quello dal quale Alessandra sembrava dovere saltare) gli offre il pretesto per un’uscita spettacolare. “È finito, sta per capitolare” commenta la Marta Merlino in diretta (in tempo reale), lo share è alle stelle, ma il cattivo va preso, punito, non deve scampare. “Prendilo, prendilo!” saltella il bambino sul divano, con la ciotola di patatine in mano (i genitori si scambiano uno sguardo indulgente, di sottile riprovazione, per quella reazione – lo spettacolo è forte – ma non ci si può fare niente), e sullo schermo gigante una fanfara di ottoni accompagna gli ultimi istanti del lupo, sospeso sull’orlo del ponte, tra fasci e cordami. E mentre dal corpo dei droni ad insetto fuoriescono fasci di fuoco (uno gli ha arso il didietro), e l’occhio di Carlo si vede vedersi che salta, per la terza volta in due ore, eccolo precipitare, e mentre precipita si afferra la coda in fiamme tra le mani e ci soffia sopra per spegnerla (pff, pff, pff!), come si vede nei cartoni, in una caduta infinita (per la gioia dei bambini).
Tre ore dopo, nuotando nel fiume (a cane, s’intende), raggiunge una molle riva di giunchi. Sull’argine, sopra, si affaccia un piazzale, sterrato, di misere sdraio. Sullo sfondo, ci sono sparute palazzine in cemento armato. Dei bimbi giocano a calcio, si sente una radio gracchiare, i grandi preparano il cibo su dei fornellini da campo rubati alla vicina discarica. C’è chi siede su dei copertoni, chi traina carrelli del supermercato. Qualcuno ha posto, al centro dello sterrato, una statua d’ottone di cui qualcuno si è sbarazzato: ha una mano sul fianco e l’altra sulla spalla. Una colomba le si posa sul naso, e c’è chi s’inginocchia, ai suoi piedi, a pregare. Altri bimbi si divertono a fare a pezzi scope di saggina, e improvvisano lotte coi bastoni. Il grosso dei grandi fa capannello attorno a un televisore Brionvega rossastro. Il capo famiglia indossa una giacca sdrucita (di certo qualcuno l’avrà buttata) con le mostrine da generale (immagina forse una qualche ballerina succinta che danza tra baracche e petrolio che schizza).
Carlo risale dal fiume, tutto bagnato, e un bambino di nove anni, sbucato da dietro la statua, assieme alla sorellina, lo riconosce, lo vede arrivare. Il bimbo è vestito con calzoncini azzurri, camicia grigia, al collo un fazzoletto rosso. “È lui, Olga, il criminale, il cane della televisione! Ci han messo una taglia, dicevano, di qualche milione!”. Un barattolo di zuppa, due monete da cinquanta centesimi, il riscaldamento che ha smesso di funzionare, gli passano, forse, per la testa. Guarda suo padre davanti al Brionvega, e poi guarda Carlo, e gli punta contro una pistola fatta di dita, un angolo retto tra il pollice e l’indice. Olga lo imita. Ed al sollevarsi del cane, Carlo lo fissa, si accuccia, lo prega con gli occhi di non sparare ...
E chi l’avrebbe mai detto che un proiettile fatto di nulla potesse aprire una ferita tanto profonda? Se lo chiede Carlo che sanguina, che si trascina, a passi sempre più lenti, per le foreste di Gambassi. È un tramonto di lampi rosa e viola, con un sole infiammato arancione sulle colline. Appare la punta di due orecchie grigie, dal fosso che dà sulla strada. Il piccolo foro nel cuore, un rivolo tenue che cola pian piano, goccia dopo goccia, gli ha fiaccato le forze, per cui ora Carlo s’aggrappa, all’imbocco dello sterrato, alla cassetta postale per riprendere lena. Fa quasi buio quando riprende la marcia, coi sassolini di ghiaia confitti nella pianta dei piedi, col terrore da ubriaco. C’è una macchina davanti al cancello, la riconosce. Ci si appoggia per un po’ e poi suona il campanello.
Chi può essere a quest’ora?, si chiedono dentro. Ci sono tutti, attorno alla tavola imbandita di arista, patate e piselli: Chris Bell, Alessandra coi suoi genitori, il resto della famiglia. Si parla di due vite nuove: quella di lei, promossa a capo-redattrice (grazie anche a Chris, reporter di fama mondiale dopo il “gran chiappo” del cane mannaro) e quella nel grembo (un bimbo, si spera – hai visto che allora era vero? Hai voglia a provare, a provare, la colpa non era di lei! Come si spiega, se no, che Chris, così al primo colpo …). Ed era già pattuito, tra loro, dover essere il momento tra il dolce e il gelato (come dire?) il più appropriato a dare la grande notizia: promozione, matrimonio e figlio! Ma proprio all’istante propizio di trarre (come dal cappello un coniglio) scarpette e calzini, dlin-dlon, dlin-dlon, “o chi è”?
Il babbo si reca al video-citofono, ne schiaccia un bottone, si compone l’immagine in bianco e nero. «Chi c’importuna a quest’ora?» chiede la mamma «un africano, un cinese, un magiaro? »
«Né l’uno né l’altro, tesoro. Un cane, un cane mannaro …»
Alessandra si tappa la bocca allibita.
«Ma com’è possibile, Chris!» sussurra al marito «come ha potuto sapere che noi, qui …?»
«Non preoccuparti. Nascondi la veste in salotto. Ci penso io, a quel cacasotto» dice, e si sta per alzare.
«No, Chris, tranquillo, non ti disturbare» dice la mamma «Spostati, Sergio» e prende il comando davanti al video-citofono.
«Programma numero uno!» pronuncia a gran voce, ed ecco attivarsi un sistema di saracinesche e inferriate, paletti e fili spinati attorno alla casa.
«Programma numero due!», ed ecco salire una, due, tre batterie missilistiche dal sottosuolo (la prima dalla fioriera, le altre due che prendono il posto degli irrigatori automatici sul prato all’inglese). Accanto al microonde, tra vinsanti e nocini, c’è un telecomando con due bottoncini e un’antenna. Lo afferra con foga e li vuole schiacciare per il terzo programma, la soluzione finale.
«Ferma, Elenina, che fai!» la apostrofa Sergio, tirandola per il grembiule «Se metti partisse un po’ male … il castello di Oliveto, la chiesa di Santa Verdiana, lo sai che disastro può fare, un missile male orientato?!»
«Stai zitto, Sergino» risponde con stizza «è termo-regolato!»
Sergio strabuzza le orbite.
«Si dirige a colpo sicuro verso la fonte di calore» gli spiega «Dritto dritto sul grugno dell’invasore!»
E come si accende un bengala, che il culo s’infiamma e schizza il petardo nel cielo, così fanno i missili, a coppie di due. E Carlo li vede arrivare, di là dalla grata, sfreccianti da sopra il gazebo.
È lunga la strada, e in salita, da Montaione a Gambassi. E ingombra di sterpi e di sassi. Soprattutto quando un missile segue i tuoi passi. Carlo non si accorge dell’esplosione, del volo per aria, del boato di schegge, di rami e covoni, tanto è stremato. Rimane lì a terra per non so quanto tempo, nella radura fumante del bosco, ferito a morte. Fino a quando un cocchio, disceso dal poggio con tanto di pariglia, si ferma (ironia della sorte). Di legno dorato, con tanto di putto vicino agli assali ed altri sfarzosi ghirigori. Il cocchiere pelato in livrea mette il piede sulla pedana (si vedono i gonfi calzoni a polpaccio) e scende pian piano. Lo stemma che reca in divisa (lo osserva l’occhio di Carlo che mai diverrà un reportage) è quello di un drago e di una corona.
«Guardate il prodige, eccellenza» sussurra dalle finestrelle del cocchio «come questa bestia si umilia …», perché in effetti vede Carlo strisciare, col fiato che sibila, verso di lui. «Ha intelligenza d’uomo, e chiede pietà».
Col sangue alla bocca, il pelo arsiccio e puzzolente di barbecue, gli occhi piccini e iniettati di rosso di chi non ne ha più, Carlo si allunga verso il cocchiere, solleva la lingua, gli lecca il piede e la gamba.
Da dentro il calesse, qualcuno dalle dita tozze e rugose percorre con i polpastrelli la cucitura di un vestito, la cui trama ed ordito compongono una fine armatura.
(continua …)
Winston