Come si sarà capito, il green pass pone una discontinuità, o meglio, l’illusione di una discontinuità, tra prima e dopo. Se prima eravamo tutti chiusi in casa, “stretti a coorte” col tricolore penzolante dal balcone e sussurravamo tra i denti la stucchevole litania del prigioniero (Andrà tutto bene), ora ricominciamo a vivere, o meglio, solo alcuni possono farlo con continuità. Per gli sprovvisti di tessera verde (prevalentemente i non vaccinati, o coloro che vivono a scadenza come lo yogurt, rinnovando un tampone ogni 48 ore), il lockdown è ancora una possibilità aperta (stando alle dichiarazioni di alcuni presidenti della regione, l’obiettivo che sarà perseguito a partire dal 1° ottobre è proprio quello di isolare i non vaccinati come monadi all’interno della loro solitudine e interdire loro ogni possibilità di vita sociale).
In men che non si dica, è cambiato il clima: la patriottica solidarietà zuccherina del popolo recluso si è trasformata, grazie anche al lavoro certosino di giornali e media generalisti, in scontro sociale aperto. Ora abbiamo da un lato i cittadini responsabili, altruisti, dotati di senso civico; dall’altra gli irresponsabili, potenziali untori che pensano solo a se stessi. Prima, nel sacrificio, eravamo tutti eroi; ora di quegli eroi che, per un motivo o per l’altro, rifiutano di prestare ascolto al discorso sovrano, ci si è dimenticati. Che ne è di quegli infermieri sfiniti, col volto rigato dalle mascherine, prima vanto e gloria del Paese e di cui oggi ci si vuole liberare con una pedata nel sedere solo perché non hanno raccolto l’invito a vaccinarsi? E di quei medici che si erano fatti in quattro per cercare cure da somministrare ai malati e oggi sollevano qualche perplessità sulla politica vaccinale? Se fanno tanto di parlare di ivermectina, monoclonali o di qualche altro farmaco al momento tabù (è il caso del primario Garavelli), vengono messi al bando come stregoni.
Quanto al dispositivo escatologico da me già preso in esame (pp. 50-51) e sul quale si giocano le sorti teologiche della pandemia, dobbiamo riconoscere che i vaccini hanno preso il posto della Seconda Venuta del Messia, proiettandoci in un tempo dilatato a dismisura, da “attesa della fine”, in cui fede e obbedienza vengono poste sullo stesso piano. È proprio in questo frangente che la Scienza con la Esse Maiuscola si converte in Religione Sanitaria e fonda un discorso sovrano e aggressivo verso il quale è richiesta un’adesione piena e incondizionata, pena la punizione e, inevitabile, l’insorgere della colpa.
Non è mia intenzione aprire un capitolo sulla complessità del dibattito scientifico in corso sull’incoronato. Mi sembra invece più proficuo riconoscere come attorno a quattro nuclei: fede, obbedienza, colpa e ordine si fondino e si siano fondate nel nostro passato recente alcune innegabili strutture discorsive, ricorrenti nel discorso del potere dall’inizio della pandemia ad oggi.
a) Fede: struttura discorsiva portante della Religione Sanitaria. Essa si articola su un dispositivo teologico a due entrate: Attesa/Fine.
Durante il primo lockdown, la reclusione coatta ci avrebbe condotto verso la fine dell’epidemia, impedendo al virus di circolare. Tuttavia, affinché il discorso della fede possa proliferare, bisogna che la Fine non giunga mai, che venga eternamente rimandata. Infatti i contagi riprendono e nel secondo lockdown l’attesa diventa attesa del vaccino. Anche in questo caso c’è un trucco, che può essere abilmente scovato nelle parole dei virologi di turno: “c’è il vaccino, ma non ne siamo ancora fuori”. Ci sono le varianti che possono “bucarlo”, la copertura anticorpale potrebbe venir meno nel corso del tempo, non si è ancora raggiunta l’immunità di gregge (altra espressione chiave della Religione Sanitaria); quanto ai rischi, pur col vaccino, si possono ridimensionare ma non abbattere del tutto.
E allora si ricomincia: la Religione Sanitaria mette nuovamente in circolazione il suo verbo, cui è richiesta, da parte della politica una nuova risposta muscolare e da parte dei fedeli una nuova incondizionata adesione. In questa direzione vanno gli ormai numerosi Dpcm con cui è stata gestita l’emergenza sanitaria dai suoi esordi fino ad oggi. Disposizioni transitorie, di attesa, cui non si riesce (o non si vuole) mettere la parola Fine. Lo stato d’emergenza permane indisturbato, minacciando di trasformarsi in stato d’eccezione, anch’esso permanente.
b) Obbedienza: secondo pilastro della Religione Sanitaria. Rispetto alla Fede, l’Obbedienza si porta dietro due aspetti peculiari: 1) la cieca osservanza di rituali e procedure spesso lambiccati, illogici e complessi; 2) un necessario corollario di sanzioni e punizioni. Partiremo dal secondo aspetto.
1) Un po’ come il Dio degli ebrei (“Chi sacrifica ad altri dèi, fuorché al Signore suo, sia punito con la morte”) (Esodo, 22, 19), il Signore di questa nuova Religione non si limita a dire ai suoi fedeli di confidare in lui ma, come ogni potere forte, non si fa troppi scrupoli a minacciare castighi e punizioni di ogni sorta. Durante il primo lockdown, il discorso della Fede parlava più o meno così: chiudetevi in casa e sarete salvati, ma era sostenuto dal discorso dell’Obbedienza, che attraverso il Verbo dei vari Dpcm si esprimeva più o meno così: chi oserà contravvenire ai miei ordini e uscirà di casa sarà considerato un pericolo per la salute pubblica, e come tale verrà sanzionato se non darà una spiegazione convincente ai suoi spostamenti. I capri espiatori di questa “fase uno”, lo si ricorderà, sono stati i vari “furbetti” (detti, a seconda dei casi, “della passeggiatina”, “di Pasquetta”, “del parco” e così via).
Niente in confronto alle recenti disposizioni di legge (mi riferisco in primis al Dpcm del 7/8/2021), in cui il discorso dell’Obbedienza ha tuonato più o meno in questi termini: vi abbiamo dato i vaccini che potrebbero mettere la parola Fine all’epidemia. Fateli, altrimenti vedrete le vostre libertà drasticamente ridotte, alcuni di voi perderanno il lavoro e verrete separati dagli altri. Fate qualcosa per voi stessi e per i vostri simili, o su di voi si abbatterà la collera del virus, che vi sterminerà tutti. Chi farà come dico, sarà libero e verrà salvato,
2) Per quanto concerne l’aspetto rituale e procedurale, abbiamo imparato a conoscerlo fin dalle prime battute dell’epidemia e ancora ci accompagna: distanziamento, strette di gomito, san(t)ificazione rituale e ossessiva di mani, oggetti, locali e superfici (nelle chiese il gel ha definitivamente preso il posto dell’acqua santa, conservandone l’aspetto rituale), file davanti a negozi e supermercati per la misurazione della temperatura (come davanti al sacerdote per ricevere l’ostia) e ora (mirabile dictu) anche per la lettura del green pass; frecce, tondi e altra segnaletica assortita per indicare ingarbugliati percorsi all’interno di edifici pubblici e privati (si entra a sinistra e si esce a destra o viceversa, si sale per le scale “a” e si scende per le scale “b” e così via), sconclusionati protocolli di quarantena in cui i giorni d’isolamento variano da dieci a quindici a quattordici senza alcuna logica (per non parlare del più recente aggiornamento che prevede dieci giorni per i non vaccinati e sette per i vaccinati – certo quei due giorni di scarto assumono un’importanza fondamentale ai fini della salute pubblica), doppi tamponi previsti per la variante inglese, singoli per il ceppo virale precedente, certificati verdi che scadono alla quarantanovesima ora in Italia e alla settantaseiesima in Francia (?), e così via in un crescendo di assurdità che farebbe impallidire Beckett e Ionesco.
Come sempre, la confusione è regnata sovrana anche e soprattutto sul versante della comunicazione: la tanto decantata Scienza con la esse maiuscola, foriera di asfittici e ingarbugliati protocolli di sicurezza, non è riuscita a chiarire una volta per tutte alcune semplici questioni su cui, incredibile a dirsi, tuttora si dibatte. Sarà utile riportarne due, a titolo esemplare: serve a qualcosa indossare la mascherina all’aperto? Quanto a lungo permane il virus sulle superfici? La mancanza di risposte nette e convincenti a tali domande è osservabile in tutti quei casi (in realtà numerosissimi) in cui la condotta delle persone, sconfinando nell’assurdo, mette a nudo l’aspetto rituale della Religione Sanitaria (col noto corollario di psicosi che si porta dietro) a scapito della sua presunta “scientificità”. A cosa mi riferisco? A tutte quelle persone che guidano con la mascherina indosso, ad esempio, o che la indossano camminando da sole per una strada deserta oppure in mezzo al bosco, o a tutti coloro (talvolta bi-vaccinati) che di mascherine ne indossano da due a tre. Potrei anche citare alcuni cartelli, tuttora appesi ai muri delle aule scolastiche, che riportano la perentoria sentenza “scambiarsi gli oggetti è pericoloso!”, cui fanno seguito, sul piano della sorveglianza e della sanzione, episodi, peraltro diseducativi, di questo tipo (vi ho assistito, in quanto insegnante, di persona): un alunno passa la gomma al compagno che ne è sprovvisto e il docente di classe è pronto a punire entrambi con una nota disciplinare: “gli alunni si scambiano reciprocamente del materiale, in ciò contravvenendo alle norme anti-Covid”. Sono tutti esempi in cui l’aspetto rituale (o asfittico-procedurale) sopravanza quello scientifico, dimostrandosi per quello che è: una cieca, irriflessa e irragionevole manifestazione di obbedienza a un Verbo che non va interrogato, tantomeno discusso o sottoposto a dubbio, ma pedissequamente obbedito, a maggior ragione se paradossale. Al punto che molti dei protocolli d’igiene proliferati come mosche durante la pandemia assomigliano più, nella loro formulazione contorta e irrazionale, ad alcune delle norme di mondezza dettate da Dio a Mosè ed Aronne di cui si legge nel Levitico o nei Numeri che non a documenti di comprovata scientificità: “l’uomo puro il terzo e il settimo giorno aspergerà l’impuro, il quale, dopo essere stato purificato, laverà le vesti, e se stesso con acqua e alla sera sarà puro. Ma colui che, divenuto impuro, non si purificherà, sia reciso dall’assemblea, perché contaminerebbe il Santuario del Signore. L’acqua di purificazione non è stata aspersa sopra di lui: egli è impuro. E questa sia per loro una legge perpetua. Chi poi avrà fatto l’aspersione con l’acqua di purificazione, si lavi le vesti; e chi avrà toccato l’acqua di purificazione, sia impuro fino alla sera. Tutto quello che l’impuro avrà toccato, sarà impuro; e la persona che avrà toccato lui, sarà impura fino alla sera” (Numeri, 19, 19).
c) Colpa: terzo pilastro della Religione Sanitaria imperante. Va premessa la colpa a partire dalla quale tutte le altre derivano: ammalarsi. Questo è l’assunto fondamentale: ammalarsi significa essere colpevole della propria malattia e di quella altrui. Nessuno potrà perdonare a se stesso questo peccato, il più grave, a maggior ragione se esso avrà comportato la malattia, lieve o grave, o peggio ancora la morte, del suo prossimo. Così Draghi rispondendo alla domanda di un giornalista durante la conferenza stampa del 29/7: “L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire sostanzialmente - non ti vaccini, ti ammali, muori - oppure fai morire - non ti vaccini, ti ammali, contagi lui, lui muore -, questo è” (sic).
A questa verità di fondo, la Religione Sanitaria aggiunge una serie di corollari d’obbedienza, cui fanno seguito altrettante colpe che si ritorcono contro il peccatore qualora, per uno o più motivi da lui ritenuti validi, prenda in considerazione l’idea di contravvenire alle norme esposte nei vari Dpcm a tutela della nostra salute. A seconda dei momenti (e secondo la convenienza del legislatore), un essere umano si è ad oggi sentito colpevole, in misura variabile, delle seguenti azioni (peraltro tutte garantite dalla Costituzione):
Fase del lockdown (tutti)
1) Uscire di casa
2) Passeggiare sotto casa (oltre i 200 m consentiti)
3) Passeggiare nel parco
4) Passeggiare nel bosco
5) Invitare un amico a casa
6) Andare a trovare nonni, amici e genitori
7) Rientrare a casa dopo le ore 21 (o 22), fosse anche per farsi un giro a notte fonda, utile a smaltire il giramento di scatole (a piedi o in macchina)
8) Recarsi al lavoro (a meno che la natura del lavoro da lui svolto non lo autorizzasse a prodursi un’autocertificazione)
Fase dei vaccini (chi è sprovvisto di green pass addì 15/9/2021)
1) Salire su un treno a lunga percorrenza, su una nave o su un aereo
2) Svolgere liberamente la propria professione di infermiere, medico, psicologo o insegnante (senza green pass si resta fuori come cani)
3) Entrare in un cinema, in un museo, in una palestra, in una piscina
4) Sedersi a un tavolo interno di bar o ristorante
5) Partecipare a una sagra o a un concerto all’aperto (!) (dove, peraltro, non sono obbligatorie neppure le mascherine)
Come fosse l’imputato di un processo uscito dalla penna di Kafka, un lavoratore che rientri nelle categorie sopra elencate è costretto a ingaggiare una spietata e assurda requisitoria contro se stesso (colpevole di nulla, neppure di essere contagioso dacché il green pass non attesta l’effettiva salute del suo possessore ma si fa valere per ciò che è – un certificato di libertà) e a smaltire la vergogna e la colpa – commessa da altri – di averlo privato a tavolino di un diritto costituzionalmente riconosciuto (art. 1).
d) Ordine: ultimo pilastro della Religione Sanitaria, che non va confuso con la “obbedienza”. Se quest’ultima si definisce principalmente come attitudine da parte del cittadino ad accettare tutto quanto gli viene imposto dall’alto (poco conta se per convinzione personale, consenso a un dictat statale o più semplicemente per paura), l’idea di ordine si presenta ai nostri occhi come il tentativo, anch’esso proprio delle dittature, di selezionare (appunto per fare ordine) le informazioni di serie a (fondate e attendibili), da quelle di serie b (tendenziose, false e fuorvianti). Viene qui replicato il dispositivo binario della “obbedienza” (responsabile/irresponsabile; vaccinato/non vaccinato) nella variante informato/disinformato, confuso/con le idee chiare con l’obiettivo, ormai neppure troppo dissimulato, di ridurre al silenzio, screditare, o peggio, ridicolizzare, le opinioni dei dissenzienti o, molto più semplicemente, dei dubbiosi e degli scettici.
Il discorso è tuttavia più complesso, poiché l’ordine che qui si sta cercando d’imporre avrebbe la pretesa di ammantarsi di un’aura scientifica quantomeno dubbia. In realtà, come spero si sia accorto ogni cittadino di buona fede con qualche residua traccia di attività neuronale – il dibattito scientifico (nel merito del quale, ripeto, non entreremo) è quanto mai articolato e complesso, ragion per cui appare evidente che l’operazione divina di “ordinare” le informazioni selezionando quelle da dare in pasto al volgo (servendosi all’uopo di un cerchio ristretto di “esperti affidabili” – Capua, Burioni, Bassetti, Pregliasco, Salmaso, Viola, Ricciardi, Colizzi – che stanno vivendo il loro momento d’oro nella società dello spettacolo) ha un obiettivo di tutt’altra natura. Quale? Come di consueto, esso varia secondo le emergenze del momento: durante il lockdown, la Scienza Che Conta diceva che “in attesa dei vaccini, rinchiudersi in casa era l’unica arma contro l’incoronato”; ora che ci sono i vaccini la Scienza Che Conta ci dice che questi ultimi “sono l’unica arma – per quanto forse spuntata, l’andamento della pandemia potrà edurci … – fornendo combustibile al braccio secolare della politica e all’attuazione violenta e apodittica della campagna vaccinale. Così Draghi, nella già citata conferenza stampa del 26 luglio, sintetizza in maniera estremamente chiara l’invito (che tramite il green pass diventa un obbligo sotteso) postoci dalla Religione Sanitaria, alle cui dipendenze vengono ordinate e diffuse tutte quelle informazioni che possano indurre i cittadini ad agire in quella direzione e non in altre: “vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi” (il verbo trino all’infinito presente, rintoccato in salsa retorica, ricorderà qualcosa ai nostalgici degli slogan del ventennio).
Una comunicazione di tal fatta, che considera i cittadini come un gregge incapace di pensare con la propria testa, è inammissibile in qualsiasi paese, ma ancor più inaccettabile se calata all’interno di un contesto, come quello dei paesi industrializzati occidentali, che ha visto, tramite la rete e l’accesso a fonti di vario tipo, moltiplicare le possibilità di informazione e di espressione. Poniamoci, in maniera provocatoria, queste domande: cosa differenzia la verità dalle fake news se non il suggello di autenticità che l’informazione ufficiale pretende di attribuirsi? E se i media nazionali fossero dei semplici “ripetitori” di falsità condivise?
Tali domande si fermano, volontariamente, sul limite che separa il dubbio dall’ipotesi di complotto, e ci invitano a riflettere sui rischi e le derive cui l’informazione può andare incontro. Il fatto che i media (siano essi giornali, televisioni, siti internet o agenzie di stampa in rete) possano essere manipolati e messi al servizio di un ordine costituito per ottenere il consenso delle masse non è un’opinione né (come vorrebbero farci credere) complottismo spicciolo, ma una realtà storica inconfutabile, che di questi tempi non viene ribadita quanto e come dovrebbe (anche questo fa parte del gioco sporco: si prendono processi storiografici a noi noti fin dalle scuole elementari e si cambia loro di nome – complotti ). Parimenti si deve ricordare come le ideologie e i poteri al cui servizio si mettono gli organi informativi variano a seconda delle epoche e del messaggio di cui si mettono al servizio: oggi non staremmo parlando di Religione Sanitaria se il prodotto da vendere non fossero i vaccini, né di Ordine mediatico se le informazioni circolanti non fossero tali da indurre i cittadini a vaccinarsi (potere economico, politico e mediatico coalizzati), né ci porremmo la questione della “ricerca della Verità” se riconoscessimo come tale quella retorica spicciola che ci viene data in pasto su molti giornali, telegiornali e nei salotti televisivi.
Per ottenere l’ordine auspicato è fondamentale sgombrare il campo dalle erbacce, “separare la luce dalle tenebre” (Genesi 1,1), sottoporre ad attenta segnatura le informazioni corrette e quelle sbagliate, insomma stabilire il bene e il male (restiamo all’interno del solito dispositivo binario). È a questo punto che entra in gioco l’informazione non sorvegliata, reperibile sul web, che assurge a capro espiatorio e a collettore di tutto ciò che non ottiene il consenso del Verbo Sanitario dominante (il dispositivo binario bene/male si replica ancora, stavolta nella forma notizia vera/notizia falsa).
Certo, la battaglia all’infodemia, soprattutto se induce una piccola parte della popolazione ad assumere comportamenti violenti, può essere condivisibile, ma è cosa ipocrita nascondersi dietro questo assunto per portare avanti, in nome dell’Ordine, una crociata contro tutte le posizioni (molte delle quali sostenute da medici e ricercatori) non allineate a quelle della vaccinazione di massa. Questo è dunque il mio pensiero riguardo all’Ordine vagheggiato da questi nuovi santi:
Non ci si può ammantare di un’aura scientifica (il “suggello di autenticità di cui sopra”) per imporre col mitra una Religione Sanitaria cui qualche milione di cittadini si rifiuta di conferire autorità e di cui non vuole divenire adepto.
Non si possono sminuire i dubbi, le paure, le perplessità e le preoccupazioni di milioni di cittadini che, in un periodo delicato e complesso come quello che stiamo attraversando, si pongono domande. Neppure si può liquidare il problema attribuendo loro l’infamante bollino di “no vax”, “free vax” o di “no green pass”, tanto meno accusarli di egoismo o scarso senso civico solo perché hanno riscontrato, e tuttora riscontrano nella gestione dell’emergenza sanitaria, una lunga serie di lacune, contraddizioni, incoerenze e continue riformulazioni delle regole del gioco.
È cosa ipocrita e inutile voler ridimensionare le potenzialità della rete in un momento in cui la si riconosce come scomoda, ridicolizzando, screditando o riducendo al silenzio ogni forma di “dissenso informato”, a maggior ragione se in esso si riconosce parte della società civile.
Quanto dovranno ancora soffrire, gli uomini dispersi in questo deserto, per ritrovare (o rifondare) i segni di un linguaggio comune in cui possano riconoscersi? Un linguaggio libero e condiviso, che abbia l’ardire e la superbia di sfidare i decreti del cielo senza temerne l’ira? Sul quale non si abbatta, come all’alba dei tempi, la collera del dio, che volle disperderne i segni per far sì che gli uomini cessassero d’intendersi.
(15 ottobre 2021)
Winston