“Certo che in un momento come questo,qualche pacco di pasta e di pannolini non basta mica, bisogna fare di più, bisogna mettere a disposizione il garage!” propose il Buonuomo, risucchiando il minestrone bio dal cucchiaio. E aggiunse, a commento della immagini di guerra che facevano da sottofondo alla cena: “Guarda, guarda là quei poveri bambini bombardati! La guerra va ripudiata senza se e senza ma, dico bene Ciccina?”
“Come no? Non si può mica stare a guardare, bisogna fare la nostra parte. Certo, il garage non è un granché ma si può sempre dargli una ripulita”.
Fu così che impiegarono i giorni seguenti a sistemare, sgomberare, arredare e riscaldare il garage di fianco al loro terratetto, comprato col sudore della fronte e trent’anni di mutuo. E venne su proprio benino, una chicca di monolocale con angolo cottura e bagno privato, imbiancato di fresco e con le tendine alle finestre.
Arrivarono di maggio alla stazione, una giovane donna e il suo bambino in fuga dal Grukistan, e furono accolti con tutti gli onori dal sindaco in persona. Il buonuomo e la Ciccina prepararono una cena coi fiocchi, a base di maiale brado di prima qualità (non quello degli allevamenti intensivi, ci mancherebbe) che dovettero ahimè buttare perché gli ospiti erano vegetariani (lo capirono alla fine della serata grazie a Google traduttore).
“Certo che quella povera creatura non ha nemmeno un giochino in quella stanzuccia” commentò il giorno seguente la Ciccina, vedendo il bambino intento a schiacciare le formiche tra i fili d’erba, e giù macchinine, costruzioni, robot (le bambole no, meglio evitare) e anche una tv per la signorina che almeno poteva seguire il tg. Ben presto il sindaco decise di accogliere una nuova ondata di profughi che trovarono ospitalità presso altre famiglie volenterose della zona,ma siccome la casa del Buonuomo e della Ciccina era l’unica dotata di giardino, accadeva che la comunità dei grukistani si riunisse proprio lì, e desse vita a banchetti e feste danzanti per mantenere vivo il senso d’appartenenza alla cultura e alle tradizioni del loro martoriato paese. Di notte, c’era un gran viavai. Il Buonuomo e la Ciccina avevano certe occhiaie da far spavento, ma sopportavano, sopportavano con gioia.
“Cosa sarà mai qualche piccolo sacrificio” si rincuoravano a vicenda, la sera, prima di infilarsi i tappi nelle orecchie, “se si tratta di fermare la guerra?”.
Nel frattempo, le bollette cominciarono a lievitare. La luce, l’acqua, il gas. Certo è che non potevano chiedere a quei disgraziati di vivere al risparmio, dopo tutte le sofferenze e le tribolazioni che avevano patito in patria. E allora non restava che stringer la cinghia e metter mano a quei due spiccioli che tenevano in banca. Mica avevano grilli per il capo, loro, mica vagheggiavano caviale e champagne o vacanze alle Maldive. I figli erano sistemati, macchina l’avevano cambiata l’anno scorso e la stagione ai Bagni Netturno (due sdraio e ombrellone in prima fila) era già pagata.
“Tanto noi, Ciccina, quanto si camperà ancora? Ma loro, loro sono giovani, sono il futuro!” diceva il Buonuomo alla moglie, mentre le immagini di città sventrate entravano dallo schermo e si accomodavano sul divano.
“Almeno qui non hanno nulla da temere. E’ un paese pacifico e civile, il nostro, mica come il Grukistan” chiosò la Ciccina mentre il suono di una fisarmonica cominciò a diffondersi nell’aria e una voce roca intonava Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano.
“Eccoci, ci risiamo!” scattò in piedi il Buonuomo.
“Ritornano sempre. Peggio dei parassiti.”
“Andassero un po’ a lavorare, invece di rompere i coglioni alla gente per bene.”
“La signorina e il bambino si potrebbero spaventare, non credi?”
“Fanno bene a spaventarsi, quelli rubano di tutto, soprattutto bambini!”
La Ciccina trasalì e cominciò a sprangare la porta di casa con la sbarra di ferro, quella che si erano fatti costruire dopo che la tv aveva annunciato il recente aumento dei furti in tutta la Penisola.
“Ora ci penso io”, concluse a denti stretti il Buonuomo mentre fuori qualcuno cantava Buongiorno Italia, buongiorno Maria,“così la smettono di comprarsi i denti d’oro coi nostri quattrini!”
Si affacciò al davanzale della cucina e si mise ad armeggiare nel vaso dell’aspidistra.
“Ma che ti salta in mente? Che c’entra ora la pianta? Non me la sciupare, sai!”
“Affacciati, Ciccina, guarda che roba!”
Dal portavaso di vimini saltò fuori un arsenale di bottiglie vuote.
“Da quando bevi tutta questa birra?”
“Da quando fabbrico bombe.”
“Sì ma attento…”
“Non preoccuparti, seguo il tutorial alla lettera.”
“Attento alla birra dicevo, troppi lieviti abbassano le difese immunitarie, ricordi?”
“Non l’ho bevuta io, è dei Grukistani. Lasciano sempre le bottiglie in giardino e io le raccatto. Almeno passo le nottate a fare qualcosa di utile, no?”
“Ora sì che si ragiona, altro che sbarra di ferro. Andiamo, su, prima che la signorina e il bambino si sveglino.”
Fu così, molotov alla mano, che la Ciccina e il Buonuomo misero per sempre a tacere lo straniero che cantava una vecchia canzone italiana. Pace in terra agli uomini di buona volontà.
Julia