«Tieni, ciccino» disse la mamma «mettilo bene in mostra, il tuo sgnak».
    A quarant’anni suonati, Gregorio se lo fece aggiustare ben bene attorno al collo (non era l’unico posto in cui poter portare lo sgnak, altri amavano esibirlo al polso come un orologio, alla caviglia, all’orecchio, sulla testa, a mezzo busto a guisa di cintura) ed entrò nel parco. Tutti si godevano la domenica di sole, intenti a spremere dal giorno in cui nostro Signore volle sollevare noi e se stesso dalle fatiche del lavoro, tutto il sollievo possibile. C’era chi faceva jogging, chi pomiciava sul prato, chi s’ingozzava di coca cola e zucchero filato sul lago a bordo di barchette modellate in forma di cigni obesi e chi leggeva avvincenti tomi della saga di Johnny Immune. Gregorio volle prendere un gelatone: se lo fece pagare dal babbo, cui stringeva forte la mano, mentre la mamma, fumando sigarette slim a nastro, inspirava profondamente. Osservava l’avifauna attorno a lei, e mentre la osservava articolava un discorso che non ammetteva repliche sull’utilità degli sgnak.
   Era stupefacente la varietà di quegli aggeggi: alcuni pendevano al collo come pesanti uova argentate (aprendoli rivelavano all’interno un coniglietto d’alpacca), altri, di pietra,  avevano la forma di aquiloni rovesciati, separati in mezzo da una linea orizzontale a formare un triangolino equilatero nella parte superiore e un pentagono nell’inferiore, altri ancora si presentavano come collane a doppio filo con pietruzze e cuori o intricate matasse di chiavi d’ottone. Che belli, ciccino, gli sgnak: con uno sgnak addosso stai tranquillo te e stanno tranquilli tutti!
   Mentre Gregorio la ascoltava, e ascoltando sorbiva il gelato, accadde qualcosa, un piccolo evento senza importanza. Dal cancello verde in ferro battuto fece il suo ingresso nel parco una bambina. Non aveva niente di diverso dalle altre, non era vestita con minore decoro: era bionda, con la passata rosa laccato e un vestitino a righe rosse. Ma non aveva lo sgnak.
  Gregorio la guardò con stupore. A volte gli sgnak erano poco più grandi di un orecchino e si applicavano alla fronte oppure sul lobo; alcune bambine più riservate  amavano portarli a mo’ di cavigliere, sottili che neanche si vedevano. Ma lei no. 
   Osservandola mentre saltava con la corda, saliva le scalette dello scivolo o si spingeva forte sull’altalena, Gregorio si chiedeva come fosse possibile. Tutti gli altri bambini la invitavano a salire sul girello, le porgevano la paletta per scavare buche nella sabbiera, la rincorrevano e si facevano rincorrere. Anche gli adulti, di solito guardinghi, sembravano aver perso di vista quella bimbetta senza sgnak che giocava e rideva assieme ai loro figli con la loro stessa spensieratezza.   
   Per un attimo Gregorio pensò di interrompere il monologo di sua madre e darle un pizzicotto sull’avambraccio. Mentre lei perorava la causa degli sgnak e ne magnificava le fogge, a pochi passi da lei c’era una bambina senza sgnak che faceva le stesse cose di chi ce l’aveva, e quel che è peggio, con la stessa innocenza, quasi a voler dimostrare che lo sgnak non esiste se nessuno ci fa caso.
   Gregorio fissò il suo sgnak appeso al collo, peso come un macigno, poi le tre lonze che gli sporgevano dalla camicia nera sudaticcia. Nella sua coppa di vetro restavano due palle di gelato semisciolte, ma preferì non mangiarle.

Winston