Gli atti che abbiamo compiuto durante l'epidemia da Covid-19 sono stati la risposta, più o meno consapevole, agli enunciati produttivi messi in circolo dalla narrazione globale dell’epidemia stessa. Narrazione a cui tutti, in diversa misura, abbiamo dato un contributo  e alla quale siamo stati fedeli orientando le nostre scelte di vita, talvolta in maniera tragica e sofferta. Alcuni di noi hanno ritenuto un obbrobrio la somministrazione di massa di un farmaco sperimentale in virtù di uno stato d’emergenza la cui legittimità è sempre parsa dubbia o pretestuosa, e hanno rifiutato il cosiddetto vaccino. Altri, fedeli al rito del tiggì della sera, hanno porto, chi per scelta chi per paura, il braccio senza troppi problemi. Allo stesso modo, ritenendo inaccettabile la discriminazione tra vaccinati e non, c’è chi ha rifiutato il green pass, con tutto quel che ne è conseguito, e chi lo ha esibito più o meno volentieri. 
   A sostegno della loro posizione, i sostenitori dei vaccini si sono nutriti principalmente di telegiornali, talk show televisivi e agenzie di stampa on-line come quelle che circolano su “Yahoo” (dalla cui pagina principale, peraltro, è anche possibile prenotare il siero). A sostegno delle loro,  invece, i dissidenti hanno potuto addurre gli articoli e reportage di Byoblu, gli approfondimenti di Visione Tv, nonché una grande quantità di articoli scientifici, video, statistiche, analisi e dichiarazioni alternative reperibili principalmente in rete, che di tutte le  narrazioni (pro e no vax) è archivio e ricettacolo. Tanto per fare un esempio: se sono convinto della nocività dei vaccini, consultare l’archivio del sito Esclusa correlazione rafforza la mia credenza in tale nocività; se ho nutrito il sospetto che la gravità dell’emergenza non fosse tale da giustificare ingenti limitazioni alla libertà degli individui, la lettura degli articoli di Agamben L’invenzione di un’epidemia o Alcuni dati consoliderà le mie teorie.

    Il problema, da qualunque punto di vista lo si affronti (a meno di non voler assumere l’unico punto di osservazione in grado di superare l’aporia  – e cioè la ricerca della verità ) appare come insolubile. In un mondo saturo d’informazione, la verità è sfuggente. Verità e menzogna tendono inevitabilmente a sfumare in una soglia d’indistinzione, e ognuno tende a scegliersi i propri guru (siano essi medici, filosofi, giornalisti o sedicenti “liberi cittadini”), cui la rete o altri canali forniranno uno spazio per esprimersi. In nessun caso, tuttavia, sarà possibile avere una visione esaustiva del fenomeno. La rete è polarizzante per natura e tende a indicizzare, sulla scorta di  algoritmi, tutti quei contenuti che vengono incontro alle convinzioni del navigante. Se ultimamente ho consultato in rete articoli di stampa indipendente sull’argomento Covid, digitando sulla barra di Google l’unità sintattica I vaccini sono, otterrò, tra le prime opzioni, i seguenti suggerimenti: i vaccini sono un’illusione, i vaccini sono pericolosi per i bambini e così via. Se al contrario l’algoritmo avrà processato una serie di ricerche in senso opposto, le proposte di navigazione sulla barra di Google si orienteranno verso contenuti di tutt’altra natura. Quando il caos regna sovrano, ognuno tende a ricrearsi il proprio mondo, e gli algoritmi gli forniscono tutti gli strumenti per farlo.
 
   L’ingenuo navigante, dunque, non si accorge che la tanto decantata e pluralista rete è sì una rete, ma nel senso di trappola. Costituendosi ad archivio, fagocita ogni tipo di fonte, fornendo ai contendenti un arsenale che potrà essere usato agli scopi che si prefiggono. In un momento  come questo, che mobilita fortemente, spesso con conseguenze irreversibili, le scelte dell’individuo piuttosto che le sue idee, gli enunciati circolanti tendono a presentarsi come enunciati produttivi, che richiedono da parte nostra una risposta concreta in termini d’azione. In altre parole, questi enunciati esigono sempre non che noi pensiamo qualcosa, ma che noi facciamo qualcosa. Se navigando sul sito di un’agenzia di stampa clicco su una notizia dal titolo Infermiera no vax si ammala di Covid e muore (ne girano tanti, oggi, di titoli siffatti), l’articolo non sta perseguendo l’obiettivo di informarmi su un fatto specifico ma, più in profondità, mi sta soffiando nell’orecchio un messaggio che, pur non essendo esplicitamente formulato tra le righe della notizia, arriva comunque a destinazione per indurmi a compiere un’azione concreta: vaccinati e abbandona le tue riserve nei confronti della vaccinazione, altrimenti potresti fare la stessa fine dell’infermiera. Se leggo l’articolo “Alcuni dati”, pubblicato da Giorgio Agamben nella sua rubrica Una voce, posso rafforzare la mia decisione di non vaccinarmi sulla base di dati che confermano la bassa mortalità del morbo. In tutti questi casi, è bene che ne siamo consapevoli, il nostro scopo primario non è informarci su qualcosa. A prescindere dal livello di verità contenuto nelle varie informazioni (o da noi riconosciuto come tale), ciò che noi cerchiamo dall’informazione in questa fase della nostra vita è l’aspetto produttivo dell’enunciato, vale a dire un’informazione che possa giustificare e autorizzare una nostra scelta concreta. 

  Come in ogni guerra che si rispetti, l’obiettivo è l’annientamento dell’avversario. E la rete, in quanto collettore e diffusore di enunciati produttivi, contribuisce alla loro circolazione virale, polarizzando la società attorno a due fazioni che prima o poi, come i polli di Renzo, cominceranno, istigate dai politici, a scannarsi a vicenda.
   Il tutto mentre i signori del web, grazie ai nostri quotidiani click (e soprattutto grazie alla pubblicità) entrano di prepotenza nella nostra vita di tutti i giorni e aumentano di peso, ingurgitando quel che resta del bipolarismo e della vecchia dialettica politica.

  La situazione sembra senza scampo, ma chi semina vento raccoglie tempesta, e il capitalismo non fa eccezione. Tutto sommato, non c’è niente di male a consultare on-line un sito che addita la politica sanitaria globale quale progetto di sterminio di massa ad opera di sieri sperimentali piuttosto che un altro che sostiene esattamente il contrario. A maggior ragione se entrambi, magari, ospitano annunci pubblicitari, permettendo a Google d’incassare, a suon di click, denaro dagli inserzionisti. È l’anima del capitalismo: non conta di cosa ti nutri o che tipo di merce compri, l’importante è comprare e consumare. E allora? Siamo davvero tutti sullo stesso piano? Come marionette dalla casacca di colore diverso che si bastonano a vicenda mosse da invisibili burattinai che ne muovono i fili?

   In realtà, la questione appare sotto una diversa prospettiva se si considera che la sedicente vocazione “pluralista” della rete potrebbe avere dalla sua un potenziale tale da mettere in discussione l’attendibilità di decreti, informazioni e direttive piovute dall’alto durante una fase, come quella pandemica (e non solo), di presunta emergenza a livello mondiale. In questo frangente, idee e convinzioni non necessariamente vere ma scomode potrebbero contribuire a mettere in discussione narrazioni e dati ufficiali. E allora anche la rete diventa una minaccia per l’ordine costituito. Chi ha avuto modo di vedere il documentario The social dilemma (prodotto da Netflix) avrà notato il taglio reazionario dell’ultima parte del film, in cui ad essere prese di mira sono proprio le bufale (o fake news) che ingenerano in chi le riceve convinzioni profonde circa l’esistenza di complotti di ogni tipo (l’incoronato è diffuso dalle scie chimiche, dalle antenne 5G, è un’arma di sterminio di massa al servizio di un progetto governativo il cui obiettivo è ridurre drasticamente la popolazione mondiale). 
   A tale considerazione, nel documentario segue una riflessione di natura sociale, secondo cui i gruppi estremisti che avallano queste teorie potrebbero rivelarsi delle minacce per la sicurezza, organizzando manifestazioni violente contro l’ordine costituito e creare scompiglio. La tesi del documentario è sottile e diabolica: in un momento in cui la rete è percepita come un pericolo, la si scredita mostrandone il lato oscuro e si fa di tutta l’erba un fascio. La risposta da parte del sistema è, in questo frangente, di natura religiosa e fideistica: a fronte dell’infodemia, ciò che importa è imporre una linea di verità suffragata dai Dati e dalla Scienza Che Conta per fare ordine dal caos, inducendo, a catena, l’allineamento gerarchico della società per ottenerne l’obbedienza. Il che accade, sta accadendo: per paura di perdere un privilegio acquisito, un lavoro retribuito, d’interrompere una carriera avviata o semplicemente per non avere problemi con colleghi e superiori, gran parte della popolazione italiana si sta costituendo “zona grigia”, producendo più o meno spontaneamente una concreta risposta in senso etico (mi vaccino, accetto il green pass). Ci accorgiamo allora che il potere non è un’astrazione, ma una realtà, e di quanto fossero vere le schiette riflessioni di Tolstoj nell’ultima parte di Guerra e pace, dove scriveva: “se l’ambito della conoscenza umana fosse limitato al solo pensiero astratto, l’umanità giungerebbe alla conclusione che il potere è solo una parola e che nella realtà non esiste. Ma per conoscere i fenomeni, oltre al pensiero astratto, l’uomo ha lo strumento dell’esperienza, con cui verifica i risultati del pensiero. E l’esperienza dice che il potere non è una parola, ma un fenomeno che esiste realmente”.
  
 Si pone a questo punto una nuova questione che proporremo, per risolvere l’aporia, come uno strappo nel cielo di carta in questo teatrino di marionette che si bastonano a vicenda mosse da invisibili burattinai. A fronte dell’idea di società accettata in blocco dalle marionette del governo e dei media generalisti, che comporta l’accettazione acritica e passiva dei seguenti aspetti:

a)	la crescente medicalizzazione della società 
b)	la normalizzazione disciplinare della vita sociale soffocata da contorti protocolli di sicurezza e dispositivi di protezione individuale
c)	 il clima di terrore sanitario tenuto vivo da dati e statistiche di morti, malati e intubati
d)	 la quotidiana violenza esercitata da decreti che ci tengono sotto ricatto inducendoci ad accettare sulla nostra pelle, per di più in maniera coatta, lunghi periodi di lockdown o uno o più trattamenti sanitari in tempi ravvicinati (e forse non siamo che all’inizio)
e)	il capillare controllo e tracciamento della popolazione, monitorato in termini d’obbedienza tramite uno strumento come il green pass

A fronte di tutto questo abbiamo, nell’altra quinta del teatrino, le marionette invasate, spaventate, vittime inconsapevoli dell’infodemia, prossime alla follia, forse anche disinformate, egoiste, prive di senso civico e di fiducia nella Scienza che, seppure in maniera disordinata e a tentoni, capitombolando e rialzandosi a fatica, balbettando ora uno ora un altro argomento che riconoscano come verità parziale o definitiva, hanno capito che c’è un burattinaio a muovere i loro fili e ad esso si rifiutano di obbedire.

   Queste marionette hanno visto uno strappo nel cielo di carta, e sottopongono a dubbio serrato la strategia comunicativa del governo rintracciando in essa una lunga serie d’incongruenze, di retorica e di falsità. Costituiscono inoltre, ad oggi, l’unica sacca di resistenza in grado di articolare qualche sparuta critica alle seguenti derive cui il mondo occidentale (e non solo) rischia di andare incontro:

a)	L’accettazione passiva di trattamenti sanitari di massa (peraltro estese a tappeto a bambini e adolescenti) quale risposta immunitaria ad emergenze globali presentate come tali
b)	L’adesione incondizionata al terrore indotto a livello politico e mediatico
c)	La progressiva cancellazione dello stato di diritto e del dibattito parlamentare ad opera di Dpcm sempre più perentori e fascisti
d)	L’orientamento in senso totalitario dell’informazione e della comunicazione da parte di giornali e televisioni (i dissidenti cercano di opporvi, faticosamente, il potenziale contro-informativo della rete)
e)	La nascita di nuove e totalizzanti forme di capitalismo (e di consumismo) come quello vaccinale (i nostri sono assai preoccupati all’idea di vivere in una società in cui i diritti costituzionali vengano concessi solo assumendo vaccini come fossero caramelle)
f)	L’istituzione, nel caso presente motivata da questioni di salute pubblica, di dispositivi di tracciamento e di controllo della popolazione come il green pass
g)	L’abbattimento progressivo dell’uomo aristotelico inteso come “animale sociale” (e dunque della convivialità) in forza di un dictat sanitario secondo il quale l’imperativo di non ammalarsi (fosse anche per scongiurare il rischio di prendersi un’influenza) deve essere anteposto a tutto il resto 

Tutto ciò è forse poco agli occhi di “chi se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico”. È sempre e soltanto “qualche storta sillaba, e secca come un ramo”. Ma ancora una volta è il segno di una vita che non si arrende di fronte all’oscura tregenda che si profila all’orizzonte. E se qualcuno comincia già a pensare a forme alternative di società dinanzi allo spettro di un’imminente autocrazia, altri si limitano a osservare, con stupore e preoccupazione, lo sfascio delle democrazie borghesi occidentali senza trovare, al momento, alcuna formula che schiuda la possibilità di società alternative, e ripetono orgogliosamente col poeta la solita litania: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Winston