Dopo che la guardia giurata ebbe controllato all’ingresso i loro sgnak, gli alunni in fila indiana furono ammessi al Centro Nazionale Tatuaggi. Il maestro Gregorio, che quel giorno li accompagnava, era vestito con una larga camicia rossa a celare tre lonze che gli pendevano flosce tra la pancia e lo stomaco.
   «La macchina che vedete è curiosa» disse l’accompagnatore ai bambini, mentre il maestro Gregorio, più volte elogiato dal preside per l’autorevolezza con cui sapeva farsi obbedire dagli scolari, salutava da lontano suo padre che, dopo la pensione, aveva accettato, a titolo volontario, di prestare servizio presso il Centro.
   «Ognuno di noi ha paura di qualcosa. C’è chi ha paura del buio, chi dei serpenti e dei ragni, chi di essere sgridato dalla mamma, chi di essere giudicato dagli amici» (mentre l’accompagnatore parlava, il padre di Gregorio fissava suo figlio, con orgoglio) «E noi non vogliamo che queste paure abbiano la meglio su di noi. La paura infiacchisce, ci rende deboli, e quel che è peggio, fa sì che ci chiudiamo in noi stessi, tenendo a distanza gli altri che vorrebbero aiutarci.»
  «Scusi» intervenne un bambino «ma non doveva spiegarci come funziona la  macchina?»
  Gregorio riprese il suo allievo con lo sguardo. Poi rivolse all’accompagnatore un sorriso bonario, quasi a volersi scusare.
   «La macchina c’è, ma non è tutto» riprese la guida «Se mi limitassi a spiegarvene il funzionamento potreste trovarla quasi, come dire?» qui cercò la collaborazione del maestro, che non poté aiutarlo, poiché ignorava il funzionamento della macchina quanto i suoi alunni. Ci fu un istante di silenzio.
  «Disumana?»
  I bambini si guardarono l’un l’altro. Il padre di Gregorio, appena percepibile in fondo alla stanza, chino sulla scrivania, chiuse gli occhi e prese a massaggiarsi il setto nasale con l’espressione di chi potrebbe rimuginare su qualcosa d’importante o su nulla di speciale.
  «Insomma, è come quando fate una birbonata senza dirlo alla mamma o alla maestra. All’inizio siete contenti di farla franca, cercate in voi delle scuse per convincervi che abbiate fatto la cosa giusta, ma poi questo peso è sempre più duro da portare finché un giorno, finalmente, vi liberate confessando la marachella. E sono sicuro che i vostri genitori, o il vostro maestro, sapranno apprezzare il pentimento e saranno disposti  a perdonarvi»
   «Sì» s’intromise il solito bambino «ma la macchina come funziona?»
   «Mattias, se interrompi un’altra volta salti l’intervallo per una settimana» disse Gregorio
   «lo voglia scusare …»
   «No, si figuri, le domande dei bambini sono sempre preziose. Però, insisto, se davvero si partisse da come funzionano le cose …»
   I bambini continuavano a osservarsi l’un l’altro, stupiti.
   «Chi può dire che prendere le impronte di qualcuno, ammanettarlo, spogliarlo, mettergli un pigiama a righe e rinchiuderlo in una cella sia una bella cosa? Credo nessuno. Eppure, se pensate che quel prigioniero ne ha bisogno, perché dentro di sé vuole essere aiutato, perché ha bisogno di qualcuno che lo renda migliore per prepararsi al momento in cui sarà di nuovo libero, allora le cose cambiano, no?»
   «Ma se io ho paura del buio mica mi mettono in prigione!» interruppe un altro bambino.
   «Sì» riprese l’accompagnatore «ma in fondo il problema è lo stesso: chi ha paura e chi fa qualcosa di sbagliato si porta dentro qualcosa che non lo fa vivere bene e gli impedisce di stare al mondo. Se la notte non riesci a dormire perché hai paura del buio, la mattina hai sonno, ti addormenti sul banco e il maestro ti mette una nota».
   «Successo più volte» disse Gregorio all’indirizzo del bambino che era appena intervenuto. Forse ci fu anche qualcuno che rise.
  «Ecco perché esiste il nostro Centro Nazionale, bambini. Perché molte persone hanno paura e non dovrebbero avercela».
   «Sì, ma la macchina come funziona?» insisté Mattias.
   «La macchina, come dicevo, viene dopo. Voi non ne avete bisogno, grazie a dio, perché i vostri genitori vi hanno dato gli sgnak, ma per gli ospiti del Centro le cose stanno diversamente.»
  I bambini si mostrarono perplessi. Gregorio gettò uno sguardo a suo padre, che aveva chinato il capo su dei registri mettendosi a compilarli.
  «Immaginate che una persona che ha paura del buio venga accompagnata nel nostro Centro. Per prima cosa, vedete quella porticina laggiù?» disse indicando un corridoio lungo ed asfittico «Per prima cosa questa persona viene portata dalla dottoressa Lenzi, che cerca di fargli capire che non c’è motivo di aver paura. Si comincia, il primo giorno,  con una chiacchierata di dieci minuti, che diventano venti il giorno successivo, poi trenta, quaranta, finché la paura non sparisce».
  Mattias volle intervenire di nuovo.
«Ma lo sgnak cosa c’entra? Io lo sgnak ce l’ho, eppure ho paura del buio».
  L’accompagnatore sembrò attendersi, come era avvenuto poc’anzi, che il maestro Gregorio intervenisse, ma ciò non avvenne. Fu allora lui a bofonchiare qualcosa sull’impertinenza di quello scolaro, e a Gregorio sembrò che il suo tono celasse un rimprovero nei suoi confronti, come quando il preside o i colleghi più esperti alludono più o meno velatamente alla scarsa autorevolezza di un insegnante alle prime armi che non è in grado di imporre l’ordine e la disciplina ai suoi sottoposti.
  «A questo punto, bambini» riprese l’accompagnatore «avviene un piccolo miracolo: la persona che ha sconfitto la paura accetta volentieri di sottoporsi alla macchina, e non gli sembra più così minacciosa. È un po’ come cavarsi un dente: se il dentista lo estrae senza anestesia, il paziente grida di dolore e sviene, ma con l’anestesia accetta di operarsi perché non sente più male. Ecco, bambini: è un po’ come se il dente fosse la paura del buio, e la dottoressa l’anestesia. Ora vi è più chiaro?»
  Gli scolari tacquero, e Gregorio con loro. La situazione ricordò al maestro quella,   incubo degli insegnanti tutti, in cui un docente autorevole e talvolta temuto riesce a instaurare nella classe un silenzio vuoto, alimentato più dal timore di prendere la parola che non dalla curiosità e dall’interesse suscitati dalla sua spiegazione; forse, alcuni bambini erano stati intimoriti dal modo in cui l’accompagnatore del Centro aveva evitato di rispondere alla domanda di Mattias, rivalendosi sulla maleducazione dell’interlocutore per impedire l’emergere di una verità scomoda. Il breve silenzio durò per cinque lunghi secondi.
   «Ma non divaghiamo» riprese l’addetto del Centro «io son dieci minuti che chiacchiero e la macchina è proprio qui, davanti a noi» e lanciò uno sguardo indulgente a Mattias, quasi a voler soddisfare la sua curiosità, manifestata all’inizio della visita, di conoscere il funzionamento dell’ordigno.
  «È formata, come vedete, da tre parti. Quella inferiore si chiama letto, quella di sopra  inchiostratore e quella di mezzo, che oscilla, erpice (perché gli aghi che spruzzano l’inchiostro sono disposti ad erpice). L’ospite viene steso sul letto. Allora la macchina viene accesa e il letto viene messo in moto, tanto che comincia a tremare in scosse piccole e rapide, in senso ondulatorio e leggermente sussultorio. Poi all’erpice, che comincia ad abbassarsi, è affidato il compito di liberare il soggetto dai propri terrori».
   «E quale sarebbe la liberazione?» si azzardò a chiedere Gregorio. 
   «Ma come, non sa neanche questo?» fece l’accompagnatore stupito, e si morse le labbra «all’ospite viene scritto sul corpo coll’erpice la paura della quale si è liberato. A questo punto egli può essere riammesso in società e fare tutto quel che fanno gli altri, libero del peso che gli impediva di vivere serenamente».
   I bambini rimasero interdetti, ingenuamente pietrificati davanti a qualcosa per loro impossibile da comprendere. E il maestro Gregorio, osservando a sua volta la macchina, a lui sconosciuta quanto ai suoi scolari, si chiese perché avesse accettato di accompagnarli a quella gita d’istruzione imposta a tutte le scuole del regno da una perentoria circolare del ministero.
  E una serie di domande, subito inibite da un acido riflusso di afasia, cominciò a vorticargli in testa: cosa succede se l’ospite, davanti alla macchina, viene colto da una nuova paura? Degli aghi, dell’erpice, di un diverso dolore? O se, pur rassicurato dell’innocuità del trattamento, non accetta di farsi incidere un segno, profondo e indelebile, nella sua carne, per dimostrare a se stesso e agli altri di aver vinto la sua paura anche se non è vero?
   Fu la voce di suo padre a rispondergli nella testa: succede che lo chiudono in una stanza e buttano la chiave. Lo guardò: continuava a fissare i suoi registri dove, ne era certo, il babbo  annotava scrupolosamente da mesi a quella parte tutti gli ospiti del Centro: quanti bambini, quanti adolescenti, quanti adulti, quanti vecchi, quanti avevano accettato di sottoporsi alla macchina, quanti avevano rifiutato ed erano stati internati.
   Quando l’accompagnatore propose una dimostrazione pratica, suo padre gli si avvicinò sussurrandogli che stasera “ci sarebbe anche” la partita. Gregorio spaziò dalla macchina ai suoi alunni e pensò a un rumore di embrici distrutti dalla bufera. 

Winston