Egregio signor Preside, pensò il maestro Gregorio, mentre un cronista sportivo in tivù commentava un qualche cross finito in traversa. Dopo profonda e sofferta meditazione.
«Che c’è ciccino? Non mangi?»
In effetti la carbonara si stava rapprendendo nel piatto.
Gentile Dirigente Scolastico.
«Mica risponde» disse suo padre tossicchiando. Gregorio non gli badò, e gli parve di avere, alle spalle, due palline rimbalzanti.
Dopo attenta lettura e rilettura della circolare n. 3458_11, e dopo presa visione del disumano funzionamento della macchina tatuante illustratami dal dottor Brasi presso il Centro Nazionale Tatuaggi, nonché delle nuove urgenti  disposizioni presidenziali in materia di sgnak, ho maturato la seguente convinzione:
«Ma che c’ha?»
«Lo so io che c’ha» disse la mamma scuotendo il capo.
Gregorio fissava i denti della forchetta sul bordo della scodella.
«È quella lì …»
«Quella chi?»
«Quella lì! Come si chiama».
Il babbo trangugiò un bicchier di vino.
«Quella come?»
«Quella lì. La Badalì!»
«La Bada chi?»
La mamma sbuffò e ripeté il nome scandendolo.
«Ma Alberto, sei sordo? La Ba-da-lì!»
Per Gregorio fu come un elettroshock.
«Hadaly non c’entra niente, mamma!»
Demente. Era proprio necessario raccontare alla mamma che ti sei innamorato?
 La voce del cronista sportivo ebbe un’impennata.
«Rete?» chiese la mamma.
Il babbo smise di masticare.
«Fuorigioco.» 
Ho maturato la seguente convinzione: a partire da domani, mi consideri felicemente, orgogliosamente, definitivamente …
«Siccome i miei polli li conosco … Alberto, mi passi l’insalata?»
… fuori gioco.
«Non mangi più?» chiese il babbo a Gregorio.
A quel punto accadde un fatto strano: lo sgnak che il babbo portava al polso dette una stretta e prese a lampeggiare in rosso. 
Il babbo consultò lo sgnak:
«Hai preso una multa», e smanettò sull’ordigno per ricavare ulteriori informazioni «In via Fredersen. Martedì diciassette alle nove e mezza di mattina. Trentacinque naniti.»
La mamma scosse il capo.
«E il bello è che ora me lo bloccano finché non pago» disse il babbo.
Gregorio strabuzzò gli occhi.
I tratti somatici della mamma si irrigidirono fino alla paralisi.
«Come sarebbe a dire? Quindi domattina non si può andare a prendere il caffè al bar?»
Lo sguardo acquiescente (ed eloquente) del babbo sembrava confermare che sì, finché non si regolano i propri pendenti sullo sgnak, non si entra in nessun posto.
La negazione del rito mattutino del caffè autorizzò la mamma a infierire su Gregorio:
«Bel discorso! E poi vorrei sapere: che ci facevi martedì in via Fredersen alle nove di mattina?!”
Il babbo, la faccia illuminata a intermittenza dai bagliori rossi emanati dallo sgnak, smanettava nervosamente sulla ghiera e il cinturino di quest’ultimo.
«Lo so io. Eri con la Badalì!»
«Mamma, ti ho già spiegato che Hadaly non c’entra!»
«Non c’entra, invece c’entra eccome! Credi non me ne sia accorta? Da quando l’hai conosciuta hai perso il senno: mangi meno, cammini, leggi, scrivi tutto il giorno, e insomma! Ci manca solo che tu smetta di lavorare!»
Egregio signor Preside.
Il babbo stava quasi violentando il suo sgnak, infierendo anche sul cristallo e sulle alette, il che indusse la mamma a interrompere il battibecco con Gregorio per volgersi al consorte in evidente difficoltà.
«Non viene più via» disse il babbo.
In effetti, lo sgnak gli si era avvinghiato al braccio come un polipetto.
Disposizioni che prevedono il discutibile aggiornamento degli sgnak e, soprattutto, il vincolo di detto aggiornamento all’ammissione coatta di filofostri; per tutte queste ragioni sono fermo e determinato nel comunicarle che.
«Oddio, e ora come si fa?» disse la mamma.
Il cronista sportivo annunciò un calcio di rigore per la squadra di casa. Il babbo gettò  uno sguardo distratto alla televisione, poi allo sgnak appolipato.
«Ma è disumano» sussurrò Gregorio tra le labbra.
«Gregorio, stai zitto per piacere» disse il babbo lampeggiante «Santina, vammi a prendere un martello».
«Un martello?!» rispose la mamma con voce gracchiante, mentre qualcosa che assomigliava molto alla paura (amplificata dai riverberi rossi a rimarcare una colpa) si compose sul volto del babbo.
«Un martello, una sega, una fiamma ossidrica!»
La mamma annuì con acquiescenza e si recò nel ripostiglio. Nel mentre, Gregorio fu pensato al nome da dare alla sua nuova paura. La avrebbe chiamata …
«Questo va bene?» disse la mamma col martello in mano.
Egregio signor Preside.
Il babbo sollevò l’attrezzo per il manico.
«Ma così ti spezzi il polso!»
«Santina, stai zittina per piacere» rispose il babbo pronto a sferrare il colpo, col sudore rosso che gli scendeva sul collo.
Sono qui per presentarle la sveltissima servetta, che pur con me da sempre, sembra essersi messa solo ieri al mio servizio.
«Aspetta. Prova con un coltello, prima.»
Si chiama Paura. E non ho intenzione di abbandonarla. E niente e nessuno, inclusi lei e la Giunta, potrà mai indurmi a rinunciarvi.
   Mentre pensava a tutto ciò, i bagliori dello sgnak si fecero più deboli. Il cinturino allentò la presa e dopo una manciata di secondi il babbo tornò padrone del suo braccio. Il respiro, prima affannoso, divenne più regolare e tutto si risolse.
  
  Mezz’ora dopo, sprofondati nei divani e rinnovato l’interesse verso il gioco del calcio, i genitori di Gregorio espressero profonda soddisfazione nel costatare che la morsa del cinturino e il bagliore rossastro non erano che la manifestazione esteriore (seppur troppo vistosa) della procedura con cui lo sgnak processava e registrava al suo interno la vertenza amministrativa in essere, e si dissero rassicurati del fatto che non ci sia paura, permanente o momentanea, che il governo non sia in grado di sedare. 
  
  Ma Gregorio taceva una lettera abortita, con l’aria di chi conta i denti ai francobolli.

Winston