Da qualche parte bisogna pur cominciare, si ripeteva tra sé e sé mentre il trucco le colava sulla fronte misto a gocce di sudore. Marianna sotto i riflettori ci era nata. Non aveva nemmeno sei anni quando sua madre si era indebitata per pagarle il servizio fotografico e il vestitino di seta per il suo primo provino. L’esordio non era stato dei migliori, a dire il vero. Davanti all’arroganza del regista si era persino dimenticata la parte scoppiando in lacrime e fuggendo dal set. Poi, da quando sua madre era morta, Marianna non aveva fatto altro che sgobbare perché lei, da lassù, la vedesse. E in effetti le cose avevano cominciato a ingranare, con un buon corso di recitazione e l’iscrizione ad un’agenzia di casting che le era costata un’intera stagione da sguattera in una bettola di periferia. Prima gli spot dei giocattoli, poi il dentifricio e last but not least la pillola per non dormire. Certo, la pubblicità non era male, ma andava intesa come un trampolino di lancio, non come una stazione d’arrivo per chi, come lei, sognava il grande schermo. Ne usciva sempre con l’amaro in bocca, con la sensazione di non essere stata ripagata dei piatti sporchi e dei piedi stanchi, del puzzo di aceto che le restava per giorni sulle mani, delle lezioni di dizione e degli addominali per appiattire la pancia (non si sa mai, capitassero scene di nudo…). Cosa restava di tutti quegli anni di introspezione psicologica, di elucubrazioni sulle emozioni sue e del personaggio, di traumi rimossi e rivissuti, di quarte pareti bucate dalla profondità di uno sguardo, di osservazioni dal di fuori e dal di dentro, cosa restava di tutto questo in un mezzo busto o in un piano americano della durata di un battito di ciglia? Anche suo padre glielo ripeteva spesso: “Mary cara, tu ti meriti di più. Sei bella, sei brava e sei anche preparata. Tira fuori le unghie con quel rincoglionito del tuo agente!”
E così, dopo una settimana di telefonate andate a vuoto, Marianna, tacchi alti e scollatura generosa, era piombata senza preavviso nell’ufficio di Loris Ruotolo e lo aveva beccato coi piedi sulla scrivania disseminata di foto in pose plastiche, in una mano la sigaretta elettronica, nell’altra un peso da dieci chili. Una boccata di vapore per ogni sollevamento. Al suo ingresso, si era rimboccato la manica della camicia per esibire il turgore del bicipite in lavorazione e aveva bofonchiato, espirando un fumo denso e grigiastro:
“Non vede che sono impegnato? Si faccia dare un appuntamento dalla segretaria”
“Le ruberò pochi istanti” replicò decisa, sedendosi su uno scomodo divano in similpelle.
“Sono iscritta alla sua agenzia da dieci anni e il miglior lavoro che sia riuscito a procurarmi è uno spot in cui il mio profilo compare due volte per tre secondi e una volta è fuori fuoco”
“Beh, ma l’altra volta no…”
“Signor Ruotolo, la prego. Non le sto chiedendo un ruolo da protagonista nel prossimo film di Muccino, parlo di piccole cose. Posso fare anche la comparsa pur di respirare aria di cinema. L’importante è esserci, rubare con gli occhi, no?”
L’uomo annuì con un’espressione falsamente contrita, come di fronte ad una scomoda verità, e interrompendo di colpo il suo allenamento, si ricompose, si asciugò la fronte imperlata e riacquistò una postura vagamente professionale.
“In effetti, forse…”
“Forse?”
“Forse qualcosina ci sarebbe.”
“Davvero? Me lo sentivo che papà aveva ragione! E di che si tratta?”
“Piano, piano, signorina. Mi faccia fare un paio di telefonate e vediamo cosa si muove.”
Fu così che Marianna si era ritrovata a sudare sotto i riflettori mentre la truccatrice le ritoccava la ferita alla gamba (un lavoro coi fiocchi, con la carne viva, il sangue rappreso e il buco del proiettile), il regista gridava: “E daje co’sta marmellata! Stiamo a gira’‘na strage, mica a pettina’‘e bambole!” e la brulicante operosità del set la faceva fremere tutta. E non importava se nessuno le aveva dato il copione, se nemmeno sapeva il nome del suo personaggio o il titolo del film. Respirava cinema, rubava con gli occhi, e questo le bastava. Intanto la scenografa aveva rovesciato le sedie, imbrattato le pareti di sangue finto e disseminato vecchi manuali universitari sui banchi insieme a penne e quaderni stropicciati. Marianna, in compagnia di una trentina di giovani comparse, interpretava il ruolo della studentessa massacrata durante una lezione, e poteva considerarsi una privilegiata dato che, nel suo e in pochi altri casi, non si trattava di fare il cadavere ma la vittima agonizzante, ruolo più complesso che le consentiva di mettere a frutto qualche briciola di Stanislavskij. Prima dell’azione, si concentrava sul dolore fisico, sforzandosi di ripescare nella memoria il ricordo di quando, ai tempi della scuola, si era rotta un braccio cadendo da un muretto. Strisciava lungo il pavimento, tra le lacrime e il sangue, emettendo grida soffocate, fino ad appoggiare la schiena lungo la parete, con enorme sforzo dipinto sul volto contratto. A quel punto il regista dava lo stop e i morti potevano smettere di trattenere il fiato fino al ciak successivo.
Alla fine della giornata, mentre si struccava nel camerino, un tizio con un assurdo cappello da cowboy era entrato senza bussare e aveva buttato sul tavolo, tra la cipria e le bende intrise di marmellata, un rotolo di banconote. Non le era mai capitato di ricevere il compenso subito, in contanti, e senza aver firmato prima un sacco di scartoffie. “Che bomba, gli Americani!” pensò tra sé e sé mentre infilava il malloppo nello zainetto. Quella sera, pedalando verso casa, i palazzi le sorrisero, le auto si inchinarono al suo passaggio e la città tutta si adornò di rossi tappeti per lei. Ecco come poteva essere facile e bella la vita.Non avrebbe più dovuto fare la cameriera e puzzare di aceto per giorni interi. Sentiva di essere sull’orlo di una svolta decisiva ed era certa che, dall’alto dei cieli, la mamma le illuminasse la via.
“Buonasera signor Ruotolo, questa sì che era una produzione seria. Tutto perfetto e io penso proprio di aver dato il meglio. Lei che dice, potrebbero chiamarmi per altre scene?”
“Beh, se non hai fatto la morta può anche darsi.”
“Ero una delle poche sopravvissute. Ora che ci penso, forse mi dovranno amputare la gamba… A proposito, non ho idea di come vada avanti la storia, non le pare strano che nessuno mi abbia dato il copione?”
“No, figurati, quelli stanno in fissa con la fuga di notizie, è il loro modo di pararsi il culo”
“Ma è un film, mica un segreto di Stato!”
“In entrambi i casi bisogna aspettare il momento giusto per cominciare a parlarne.”
“Posso sapere almeno la trama? Che cos’è? Un horror? Un thriller?”
“E che ne so io, aspetta il trailer e vedrai”
Due sere dopo, il giornalista Capochino annunciava al tiggì delle venti che in seguito ai continui attacchi delle milizie del Furfistan nei confronti della popolazione civile del Grukistan, di cui l’ultimo ai danni di una classe di studenti universitari, era scoppiata la terza guerra mondiale. Marianna smise di ascoltare suo padre che le parlava del rincaro della benzina, smise di ruminare l’insalata scondita, smise persino di respirare e ficcò gli occhi attoniti dentro lo schermo.
“E’ la fine, Marianna. Stavolta il mondo finisce” commentò suo padre, affranto, passandosi una mano sulla pelata.
“Papà, guarda! Quella sono io!”
“Ma che stai dicendo, Marì! A te il cinema ti ha dato alla testa. Ti pare il momento di scherzare?”
“E’ marmellata, pa’, è solo marmellata.”
“Quei pazzi hanno ucciso venticinque ragazzi e tu mi parli di marmellata?!”
“E’ tutto finto, te lo giuro!”
“Finiscila, Marì, e cresci un po’!”.
Quella notte il telefono di Loris Ruotolo squillò senza tregua ma invano. Marianna, esausta, si addormentò e sognò uno spettacolo di fuochi d’artificio che si trasformavano in ordigni esplosivi. Lei ballava una tarantella e poi, di colpo, si accasciava colpita da una bomba e moriva. Al risveglio, senza nemmeno lavarsi la faccia, pedalò di corsa verso la sede dell’agenzia.
“Che succede, signor Ruotolo?”
“Brava, hai fatto bene a passare. Mi hanno chiamato per te. Devono girare una scena in ospedale.”
“Ha visto il telegiornale ieri sera?”
“Figurati!”
“E’ scoppiata la terza guerra mondiale.”
“Oh capperi, allora sbrigati a girare perché poi bloccheranno le produzioni.”
“Hanno usato immagini del film durante un servizio del tiggì”
“Ottima pubblicità!”
“Ma non c’è stata nessuna strage in realtà!”
“Ah no? Vedrai quante ce ne saranno adesso. Insomma, se non vuoi la parte, la darò a qualcun’altra” tagliò corto sollevando una manciata di foto dalla sua scrivania.
Marianna si rimise in tasca la sua inutile protesta e ricadde sullo scomodo divano in similpelle.
Scomodo come lei.
“Girano domani. I medici ti hanno salvato la gamba ma al risveglio ti dicono che tua madre è morta sotto una bomba aerea. Un giornalista cerca di farti un’intervista ma tu piangi e non riesci a spiccicare parola. Questa è la scena.”
Due lacrime nere le solcarono le guance.
“Vede come sono brava?”
Julia