Come avveniva da mesi a quella parte, Hadaly si svegliò alle otto del mattino e, ancora a letto, si masturbò un paio di volte. Usò come supporto qualche video pornografico zoofilo (di struzzi e di cavalli) custodito nel suo pad, e al momento degli orgasmi bagnò generosamente le coltri del letto con umori che non sapeva esser composti di diclorometano e metabisolfito di sodio. Poi si alzò, lavò i suoi trentadue denti lisci e diritti fatti di zirconio e disilicato di litio e, dopo aver magnificato allo specchio il miraglio del suo sorriso di vetroceramiche per cui ogni maschio perdeva la testa, prese a spazzolarsi i lunghi capelli in acrilico. Dopo una colazione di fette biscottate e spremuta d’arancio, tornò in camera e fece aderire un paio di fuseaux e una felpa alle sue superbe forme di silicio, rinforzato grazie a un idrogel a nano particelle.
   La sera prima era stata a cena col figlio del presidente, che l’aveva portata in un cinque stelle di lusso con vista sulla città (si scorgevano le alte guglie liberty del palazzo di giustizia e la sopraelevata che si srotolava come un nastro d’acciaio nei tre livelli verticali della metropoli). Finita la cena, i due erano andati a smaltire la noia in un café chantant, dove il troppo liquore ingerito da Hadaly aveva provocato un malfunzionamento nell’antro dell’organoide preposto alla digestione, portandola a vomitare per terra durante l’evento più atteso della serata: il numero burlesque della microbiologa Alicia Violet che snocciolava, tra un indumento e l’altro, massime d’igiene pubblica e di sdegno razziale.
   Erano le due passate quando Hadaly, Jess (così si chiamava il figlio del presidente) e la brigata di rampolli bene, in frac e camicie, si aggrapparono come scimmie ai lampioni in ferro battuto di Franklin boulevard e presero a sfasciare le sfolgoranti vetrine, delimitate da colonne in travertino, dei centri commerciali, mentre li osservavano, dai fastigi degli archi, le sculture semisdraiate del Commercio e dell’Industria. Alle quattro del mattino circa, Jess aveva fermato la macchina davanti all’abitazione di Hadaly (una catapecchia in mattoni anneriti dallo smog, a due piani, nel vicolo di uno slum a strade ortogonali nel quartiere sud), ma non volle congedarsi da lei senza averle fatto dono di un braccialetto tempestato di diamanti, che le appose sul polso freddo come una rosa d’aprile, e senza aver affondato la faccia, per un quarto d’ora buono, tra le sue morbide e generose poppe in silicone.
  Ora Hadaly era pronta ad uscire. Afferrò la borsetta e ci mise dentro una matita per gli occhi, un portachiavi a forma d’ippopotamo e un paio di preservativi. Dalla tromba delle scale che conduceva al piano inferiore, dove c’era il laboratorio, salutò suo padre e uscì di casa.

  Hadaly condusse Gregorio nei sotterranei della città, dove si teneva l’assemblea. Erano settimane che Gregorio aveva preso quella “mattana”, tanto per usare un’espressione cara a sua madre. E la mattana consisteva nell’aver cominciato, dopo quarant’anni, a uscire con le donne, a far tardi la sera, e a mostrare un temperamento più inquieto e infiammabile, al punto da “sembrare pazzo”. Aveva poi scoperto che esiste una città sotto la città, dove si riunivano in segreto tutti quelli che erano stati esclusi dall’umano consesso. Alcuni di loro, a differenza di alcuni loro amici e parenti, erano riusciti a sfuggire ai rastrellamenti del Centro Nazionale Tatuaggi e all’assunzione coatta di filofostri. Avevano rifiutato di esibire lo sgnak, e per questa ragione dovevano nascondersi come sorci, poiché le ronde organizzate dai comitati dei quartieri alti, raccogliendo le soffiate dei cittadini ammodo, facevano irruzione ovunque, ed erano autorizzati a torchiarli sulla pubblica piazza, improvvisando comitati di giustizia in cui venivano coinvolti i passanti che potevano, in virtù di disposizioni peculiari aventi forza di legge, sospendere le loro attività private o lavorative per pungolare o flagellare (fisicamente o verbalmente), nel modo che ritenevano più opportuno, quei poveri cani fuggiaschi al fine di ottenere da loro, a seconda dei casi, un’abiura, una lode allo sgnak (era in quel caso previsto un immediato reintegro in società) o una delazione coi fiocchi che permettesse di accalappiare un’altra dozzina di ribelli.

   Era la prima volta che Gregorio poté vederli in faccia. Saranno stati un centinaio (forse meno), senza bandiere né segni distintivi, di tutte le età e di tutte le estrazioni, stretti a coorte attorno a una gigantesca caldaia. Hadaly spiegò a Gregorio che quell’immenso marchingegno era alimentato dall’operosità dei cittadini della città di sopra, e che da quel fuoco dipendeva tutto: l’entusiasmo profuso nel lavoro, la concordia sociale, la spinta ai consumi, la solerzia nel riconoscere giusto e doveroso il pagamento di tasse e bollette  entro e non oltre i termini pattuiti … Come un sole che penetrasse, dal centro della terra, su verso il corpo intero dell’umanità, il fuoco della caldaia, spiegava Hadaly, risplendeva nel cuore di ogni cittadino, più o meno a seconda della sua naturale inclinazione verso il bene collettivo. Se qualcuno si limitava a fare il suo dovere controvoglia (e i motivi potevano esser tanti, da un’ardente e repressa vocazione al fare altro, al mobbing, alle asfissianti pratiche burocratiche da evadere entro e non oltre), il riverbero della caldaia intepidiva appena il suo cuore piccino picciò; al contrario, se il lavoro assumeva i connotati di una vera e propria vocazione cui abnegarsi senza limite alcuno, magari al prezzo di delazioni, straordinari o aumenti stipendiali (sovente concessi previa assunzione di qualche filofostro in più, come imposto dalle circolari del Ministero del Lavoro), allora le faville del sommo bene, come fiamma nella fiamma, scoppiettavano con maggior veemenza nella caldaia e nel cuore del cittadino.

  Accanto alla caldaia c’era un enorme timone azionando il quale, spiegò Hadaly a Gregorio, un’alta vena pressoria avrebbe riversato all’interno della camera di combustione un impetuoso torrente d’acqua che l’avrebbe spenta per sempre. Il problema era rappresentato dall’esiguo numero di ribelli, che non sarebbero mai riusciti con le loro forze a sbloccare il marchingegno, ragion per cui era imperativo ingrossare le fila dei resistenti, formare una massa sufficiente ad allagare la caldaia e provocare un’irreversibile crisi di sistema. Certo, ribatté Gregorio, la caldaia avrebbe potuto esaurire il proprio combustibile in autonomia: sarebbe bastato che ogni buon cittadino avesse raffreddato in sé la brace ardente che lo rendeva consone alla fiamma, ma questa dissonanza del diapason, controbatté Hadaly, non era possibile, a meno di un improbabile risveglio collettivo. Ecco perché era necessario essere in tanti ma non tantissimi. Di quante braccia avrebbe mai avuto bisogno, per girare, quella dannata ruota?

  Il problema non era di semplice risoluzione: non si capiva perché i resistenti fossero sempre gli stessi da due mesi a quella parte, al punto che alcuni si convinsero dell’esistenza di un programma governativo volto alla sostituzione dei cittadini con delle copie conformi (sofisticati androidi che crescevano e si sviluppavano, pareva, dentro oblunghi e viscosi baccelli), come testimoniato ai ribelli da alcune spie in incognito che, a rischio dell’incolumità, si davano il cambio per portare, dal mondo di sopra, viveri e acqua ai resistenti. Queste spie, riprese Hadaly, sostenevano di aver visto camminare dei sosia, tali e quali, di alcuni partigiani del sottosuolo per le strade della città dei vivi, intenti a svolgere mansioni di ordinaria normalità, come se niente fosse. Forse il governo non aveva fatto in tempo a requisire i corpi di tutti quelli che si erano rintanati in un periodo di poco precedente l’invasione di quei corpi conformi? Nessuno poteva sapere con certezza. Fatto sta che il tempo passava, e la resistenza languiva.

   Gregorio, grattandosi la stempiata sale e pepe cosparsa di una generosa granella di forfora, fu introdotto da Hadaly al cospetto dell’assemblea. Il vecchio Tim, ex docente di storia del cinema passato alla resistenza, fu lieto di scambiare qualche idea con Gregorio prima dell’inizio della riunione. Gli parlò di un vecchio film muto in cui una donna che predicava la pace agli operai veniva sostituita da un identico androide che istigava gli oppressi all’odio e alla rivolta civile. Era bello, proseguì Tim, che Hadaly avesse rovesciato il topos di quella pellicola, sia perché la sua grande umanità non poteva essere messa in dubbio, sia perché, a differenza dell’androide cattivo, invitava alla calma, alla pazienza e alla meditazione. In particolare, era divenuto proverbiale il racconto, che costituiva l’esordio di ogni assemblea tenuta da Hadaly, di un gigantesco ippopotamo (Gregorio lo stava ascoltando proprio in quel momento): la coda robusta come un cedro, le ossa forti come tubi di bronzo e cartilagini a foggia di lamine di ferro. Il suo creatore lo aveva dotato di una spada, ma lui preferiva riposarsi, placido, sotto piante di loto e nutrirsi dei prodotti delle colline mentre gli altri animali della campagna si trastullano con lui. La sua forza è immane, poiché preferisce non servirsene, ma quando il fiume s’ingrossa e il ferro minaccia d’irrompere contro la sua gola, egli non si spaventa, rimane tranquillo. Chi mai potrebbe avvincerlo nelle sue occhiaie o forargli le narici coi giavellotti?
   Gregorio quasi si commosse vedendo come il gelo rappreso nel cuore di quella piccola massa di banditi, forse già pronti a brandire tra le mani pietre, mattoni, o qualunque oggetto in grado di nuocere, si sciogliesse d’un tratto in lacrime e sospiri. Tutti si abbracciarono scambiandosi segni di pace e invocarono a gran voce Hadaly, l’alta piova del cielo e l’infinita saggezza dell’ippopotamo.

  Al termine dell’assemblea, Hadaly si offrì di riaccompagnare Gregorio ai piani alti, ma prima passò tra l’esigua folla, dove gli esclusi le consegnarono spontaneamente degli sdruciti cartigli.
   Mentre percorrevano a ritroso i cunicoli delle fogne, Hadaly volle fermarsi per pisciare, e Gregorio le fece luce col fascio della sua torcia. Era bellissima l’ombra ingigantita dei boccoli di lei sul quadrante luminoso del cerchio, il busto sinuoso da pantera, e le gambe flesse da orso tra cui sgorgava un fiotto, caldo e fumante, di acido solforico. 

Winston