Linda aveva fatto della lotta ai microbi il baluardo della sua intera esistenza. E il mondo le aveva dato ragione. Lo sporco andava eradicato quotidianamente, dentro e fuori, per garantire un adeguato standard di sanità fisica e mentale. Negli anni, aveva adottato uno stile di vita a base di docce e gocce che aveva definitivamente silenziato ogni vagheggiamento dell’altrove. Solo così si era lasciata per sempre alle spalle i sogni giovanili, le irrequietezze della tardiva adolescenza, la dolce culla dell’apatia pensierosa. Tutti i giorni, dopo le sue otto ore di scartoffie, mentre Luigino faceva i compiti in cameretta, Linda aspirava con potenza ciclonica i tappeti e i pavimenti, detergeva le piastrelle, riempiva i sanitari di candeggina, e si sentiva bene, la sera, stanca e appagata come dopo l’orgasmo. Erano lontani i giorni in cui la punizione per un brutto voto consisteva nel lucidare le stoviglie o stirare le camicie di suo padre. Allora, spiava dalla finestra il viavai di ragazzi a passeggio e si sentiva la più umile e triste delle cenerentole. “Un giorno mi ringrazierai” sospirava laconica sua madre incrociando lo sguardo accigliato della figlia. Contro ogni aspettativa, quel giorno era arrivato e Linda, in cuor suo, aveva finalmente compreso la lezione. Una vita ordinata, sgrassata e lucidata è una vita più sicura, una vita al riparo dal rischio della malattia e del fallimento.  Non che non si concedesse qualche ristoro personale, ben inteso, una sigaretta a settimana, un gelato ogni due, e una cena con l’amica Marianna ogni tre. L’essenziale era che anche i piaceri fossero distillati e calendarizzati con una certa disciplina.
“Mi passi il sale?” chiese Luigino, in una sera qualsiasi di giugno.
“Il sale ti fa male, tesoro”
“Ma queste patate non sanno di niente”
“Sanno di patate” tagliò secco Riccardo, gettando uno sguardo complice a sua moglie. 
“Ti sei rovinato con le merendine confezionate e non senti più i sapori”
“Niente sale, al massimo un po’ di miso” concluse assertiva, porgendogli il salubre insaporitore, ma non appena sollevò il barattolo, un battito d’ali la colse di sorpresa. 
“Chiudi la finestra, non vedi che entra di tutto!” ordinò al marito.
 “Che sarà mai una farfallina?” replicò l’uomo apprestandosi a obbedire.

   La mattina seguente, Linda arrivò in ritardo al lavoro. Il fatto è che mentre versava i muesli croccanti nella tazza di Luigino, un altro rapido sfarfallio l’aveva colta alla sprovvista obbligandola ad un pronto intervento risoluto e tempestivo. Stavolta aveva seguito con lo sguardo la bestiola fino a vederla posarsi sul muro immacolato e ne aveva osservato a lungo gli impercettibili movimenti delle antenne e delle zampe, mentre un brivido le percorreva la schiena e il volto le si contraeva in una smorfia di disgusto. A quel punto, aveva azionato l’aspirapolvere ciclonico e l’aveva risucchiata. Poi, in terrazza, aveva liberato il filtro dal cadavere e lo aveva cosparso di igienizzante, dimenticandosi la consueta tabella di marcia mattutina che, a quell’ora, prevedeva la vestizione di marito e figlio, seguita dal rituale del belletto per lei. Quindici minuti di ritardo, niente che il Direttore non potesse perdonarle dopo dieci anni di onorato servizio, ma quel brivido che partiva dall’ano e viaggiava dritto fino alla base del collo, quello, l’aveva scossa a tratti durante tutte le ore di sportello. Uscita dall’ufficio, andò al supermercato e comprò trappole feromoniche e pesticidi a volontà. A casa, svuotò gli sportelli e i cassetti della cucina e passò il pomeriggio a spruzzare veleni e a tossire. Alla fine, esausta e frastornata dalle esalazioni, si addormentò sul divano senza aver preparato la cena, ma con la certezza di aver vinto lasua battaglia. 
“Mamma” la svegliò Luigino che albeggiava, “non mi hai preparato lo zaino ieri sera e neanche la merenda”
A fatica, si tirò su, si stropicciò gli occhi, e si sforzò di rimediare alle sue mancanze, ma lo fece con gesti scattosi e approssimativi che non le appartenevano. Quando Riccardo entrò in cucina, al posto della consueta tazzina fumante poggiata sul tavolo, trovò la testa scapigliata di sua moglie, nascosta nell’incavo del braccio, scossa da silenziosi fremiti, di fronte all’evidenza del fallimento. 
“Che hai?”
“Guarda, un’altra di quelle bestie schifose!”
“Non è la fine del mondo, dai, le larve aggiunte al miso non sono male”
“Non capisco come sia possibile. Proprio a me.”
“Si vede che anche a loro piace il pulito, in fondo vi somigliate.”
“Smettila di scherzare. Se le trappole non funzionano dovremo chiamare la disinfestazione.”
“Va bene, lo faremo, ma cerca di riposarti adesso, hai l’aria distrutta.”
   Quel giorno, anziché andare in banca, Linda passò la giornata a studiare su internet le miriadi di famiglie di insetti infestanti, i rimedi, le opinioni di chi ce l’aveva fatta (poche) e le disperate richieste d’aiuto di chi non sapeva come affrontare il problema. C’era persino chi, deluso dall’inefficacia delle soluzioni scientifiche, si era affidato a riti scaramantici e formule sciamaniche alla quali lei si rifiutava di cedere. Piuttosto decise di indossare guanti di lattice e costrinse Riccardo e Luigino a fare lo stesso. 
“Insomma, quel tipo è un vero bullo, se questa storia continua dovremo parlare con la maestra, tu che dici, Linda?” la interpellò il marito la sera a cena. 
“Eh? Sì, certo, hai ragione.”
“Ma ci sei? Hai sentito cosa è successo a tuo figlio?”
“Come?”
“Quel Guasti di quinta c ha delimitato un’area del giardino e dice che è territorio suo, non lo fa passare, roba da matti.”
“E tu spaccagli la faccia!” disse Linda con una leggerezza disarmante, ridestandosi di colpo dal suo torpore. 
“Come sarebbe?”
“Le buone maniere non servono a niente con i prepotenti. Vanno sterminati!” concluse, tirando una ciabattata all’ennesima farfalla e adoperandosi subito dopo per grattare via energicamente l’impronta marroncina e appiccicosa dal muro. All’alba, la casa fu inondata da un pungente odore di bruciaticcio. Riccardo, svegliandosi, allungò una mano nel letto e sentì che era vuoto. Si alzò e attraversò il corridoio, investito a intervalli regolari da una tenue luce bluastra e da un rumore elettrico, fino a scoprire la presenza di Linda che, con gli occhi scintillanti, armata di fiamma ossidrica, sparava raggi blu sulle pareti e sul soffitto. 
“Quella te l’avevo regalata per la creme brulée!”
“Ricordi che la bruciavo sempre?”
“Già”
“Sono brava a carbonizzare le cose”
“Non sarebbe meglio chiamare la disinfestazione?”
“Ho letto centinaia di opinioni negative, sono dei debosciati. La guerra è guerra. Il caffè è pronto ma mettiti i guanti.”
   Per un’intera settimana nessun battito d’ali tormentò il suo sonno e Linda tornò a sentirsi la donna igienicamente perfetta che era. 
Pilates in pausa pranzo, dieta macrobiotica, no cani, no gatti, coniuge splendente e prole obbediente. Aveva appena deposto le armi quando Luigino, con un occhio pesto, le disse:
“Ti chiede di smetterla.”
“E’ stato il Guasti a ridurti così?”
“Certo, tu mi hai detto di picchiarlo e questo è il risultato. Hai sentito quello che ho detto? Ti chiede di smetterla.”
“Chi?”
“La grande madre.”
“Chi?”
“Lei mi parla, di notte.”
“Non capisco…”
“Hai capito benissimo, invece. Puoi bruciare la creme brulée ma non puoi bruciare la grande madre. Lei rinasce sempre.”
“Non so di cosa tu sta parlando, fila a scuola che è tardi.”

   Dietro lo sportello, mentre contava mazzetti di banconote sotto lo sguardo di ricchi signorotti nevrotici, pensava alla grande madre. Se la immaginava su un trono, incoronata come una regina e contornata da milioni di figlie che le lucidavano le ali e la nutrivano con il cibo della sua dispensa. Ma perché proprio la sua? Cosa voleva da lei? E perché tirare nel mezzo il povero Luigino? 
   Di notte, nel sonno inquieto, sentì un sibilo e si precipitò in cameretta. Suo figlio dormiva sereno, almeno così le sembrò, ma quando aprì la porta della cucina e accese la luce, uno sciame scuro si sollevò in volo. Richiuse in fretta, ricacciando le urla di disgusto e disperazione in fondo alla gola, e passando il resto della nottata a singhiozzare sul divano, scossa dai brividi. La mattina abbracciò forte suo figlio.
“Cosa vuole da me?”
“Niente, solo che tu la ascolti”
“Dove si nasconde?”
“Dietro il frigorifero.”
“Dille che sono pronta ad incontrarla.”
“Va bene, ma vuole che io sia presente” precisò il bambino, “si fida solo di me”
“Tu quindi stai dalla sua parte?”
“Io voglio solo la pace”.
   L’idea di patteggiare con dei parassiti che volevano sottrarle il cibo, la casa e magari gli affetti, le sembrò impraticabile e, soprattutto, deprimente, perché la verità, quella che Linda conosceva ma non avrebbe mai ammesso, era che l’idea della guerra le era divenuta irresistibile come la sigaretta dopo il caffè, qualcosa la cui proiezione è molto più allettante della realtà che cela. Qualcosa di cui, rotti gli argini della decenza, non si può fare a meno. 
Aveva bisogno di alleati, telefonò a Riccardo.
“Cosa c’è? Sono in riunione”
“Stasera abbiamo un appuntamento importante, non puoi mancare.”
“E con chi?”
“Stavolta la cattureremo.”
“Linda, tesoro, ti senti bene?”
“Sta cercando di manipolare nostro figlio, dobbiamo intervenire subito.”
“Parli del bullo di quinta c?”
“No, parlo della grande madre.”
“Per amor del cielo, stai delirando!”
Di fronte all’ottusità di Riccardo, provò con Marianna. Era il terzo sabato del mese e il calendario prevedeva l’uscita serale con l’amica.
“Non posso venire stasera a cena fuori.”
“Ecco, lo sapevo, la famiglia è una trappola, te l’ho sempre detto. Cos’è successo? Riccardo è geloso? Luigino ha la febbre?”
“Qualcosa di molto peggio, vieni a casa mia stasera e lo vedrai.”
“Scusa ma un regista molto amico di Muccino mi ha invitata da lui e visto che non ci sei ne approfitto, non sono treni che passano tutti i giorni, Linda, lo sai.”
I rifiuti non la scoraggiarono. Passò il pomeriggio a studiare finché non elaborò un piano strategico dettagliato che prevedeva un attacco frontale e due laterali con trappole a ultrasuoni e getti di vapore a centottanta gradi. Per concludere, la ciliegina sulla torta; una bomba da taschino fabbricata coi petardi avanzati dal Capodanno. Le sarebbe bastato premere un pulsante per sparare le sue cartucce, al momento debito, quando la grande madre, rassicurata dalla presenza di Luigino, avrebbe abbassato la guardia uscendo dalla sua tana. 
   Quella sera, a tavola, Linda non parlò di farfalle e lasciò che Luigino aggiungesse il sale sulle pietanze. Di colpo, sembrò non solo rinsavita ma persino gentile e amabile come non lo era da tempo. Dentro la tasca del grembiule da cucina, sotto la scritta “Viva la mamma” nascondeva il suo arsenale. E mentre bevevano il caffè, giunse l’ora del sibilo che presto si tramutò in un frinire che riempì l’aria e mise gli animi in allerta. Madre e figlio si scambiarono una sguardo d’intesa. Riccardo deglutì a stento cercando risposte nei loro occhi. Poi, l’estremità di un’antenna fece capolino da dietro l’alta colonna del frigorifero. 
“Chiede il permesso di uscire” annunciò Luigino con tono solenne. Linda respirò a fondo e annuì, mentre il cuore le batteva all’impazzata diviso tra il disprezzo e la meraviglia. Riccardo rimase imbambolato, col boccone masticato a metà. La madre avanzò lungo il muro, lenta e cauta, fino a mostrarsi in tutta la sua maestosa grandezza. Nelle ali striate dei colori della terra sembrava di leggere la geografia dell’intero pianeta. La piccola testa con i grandi occhi rotondi si muoveva a scatti, curiosa e circospetta. Emise un suono breve e stridulo che il bambino tradusse in “Buonasera”.
Gli adulti non risposero, non ne furono capaci. Linda infilò una mano nella tasca del grembiule e strinse il telecomando mentre Riccardo tossì e sputò il boccone. 
“Chiedile cosa vuole da noi”
“Chiediglielo tu, lei comprende la nostra lingua”
“E perché non la parla?”
“Sì che la parla, ma non tutti la capiscono.”
“Insomma, cosa vuole? Perché ci tormenta?”
La grande madre fece un lungo e complesso discorso che Luigino, che era solo un bambino di otto anni, semplificò così:
“Dice che siete voi a tormentarla. Da quando abita qui, non fate che uccidere i suoi figli. Nell’ultima settimana gliene sono morti trentacinque.”
“Sì, ma che diritto ha lei di occupare casa nostra e di mangiare il nostro cibo?”
“Dice che loro mangiano le nostre briciole e vivono nei nostri giochi.”
La grande madre lo corresse e Luigino rettificò: “Vuoti. Nei nostri vuoti.”
“Parassiti!”
La farfalla tacque.
“Non ha più niente da dire?”
“Dice che potrebbe rivolgervi lo stesso appellativo ma che quella parola è solo un modo meno carino di chiamare gli ospiti. Siamo tutti ospiti di qualcun altro. Ho detto bene?” chiese il bambino che procedeva incerto, avvertendo tutta la responsabilità del suo delicato incarico. La grande madre annuì. 
“Gli ospiti sono graditi, di solito, e non infestano le dispense altrui!”
“Dice che se la faremo sedere alla nostra tavola, non lo farà più.”
Solo adesso Riccardo riuscì ad articolare le parole: “E come farà a tenere a bada le centinaia di figlie che si ritrova?”
“Dice che sa essere severa quanto basta con loro. Vuole un posto a tavola a pranzo e a cena e vivremo tranquilli.”
Luigino guardò i suoi genitori, supplichevole. Riccardo e Linda si scambiarono un sorriso d’intesa e con un cenno della mano invitarono la grande madre ad accomodarsi al lato opposto del tavolo. Luigino apparecchiò per l’ospite e le versò due mestolate di zuppa ancora tiepida.
“Buon appetito” masticò Linda a denti stretti prima di premere il pulsante dell’ordigno. “Mi dispiace, ma di madre ce n’è una sola” sussurrò, mentre il vapore incandescente uccideva i parassiti, a qualunque specie appartenessero. 

Julia