Le opzioni erano troppe per essere afferrate tutte a colpo d’occhio. Ogni pulsante corrispondeva ad una scelta precisa e irrevocabile, dettata da una determinata combinazione tra l’intensità delle luci, la loro durata e la presenza o meno di un non meglio specificato commento musicale.
Una volta acceso uno dei tasti, tornare indietro sarebbe stato impossibile. Lorenzo aveva viaggiato tutto il giorno su un treno gelido, aveva camminato fino in cima alla collina con i sandali rotti e aveva anche saltato il pranzo pur di ammirare l’opera del suo pittore preferito (di cui era fiero di portare il nome), ma i suoi sforzi anziché essere ripagati dalla contemplazione silenziosa e meditativa dell’enigmatica bellezza della tela, si infransero su quell’indecifrabile gingillo, posto all’ingresso della chiesa. Di primo acchito, provò a non curarsene, certo che bastassero gli occhi per ammirare i colori e le forme del quadro, ma dovette ricredersi non appena, varcata la soglia, le tenebre lo avvolsero, insieme all’odore pungente dell’incenso che gli ricordava quello dei funerali.
Deluso, si frugò nelle tasche e quando ebbe racimolato qualche spicciolo, tornò di fronte alla pulsantiera per studiarne le possibilità. La luce poteva essere fredda o calda, soffusa o piena e durare dai trenta secondi ai venti minuti ma qualsiasi scelta superiore ai dieci prevedeva l’accompagnamento musicale e l’erogazione di un profumo all’acqua di rose che era impossibile escludere. Per lui, la priorità era avere il massimo di tempo possibile per immergersi nella visione, poiché ogni panneggio nascondeva una forma inquieta, ogni simbolo un enigma, ogni figura un segreto e non c’era piacere estetico più perfetto se non quello del perdersi nei labirinti della speculazione. Purtroppo, sapeva anche che i frutti di quelle intuizioni, entusiasmanti quanto scomposte, del tutto personali e non avvalorate da testi di critica, sarebbero rimaste un discorso interiore e mai avrebbero trovato forma nelle pagine della sua tesi di laurea in storia dell’arte. Aveva già scontato le consuete piccole pene che l’Università riservava a quelli come lui, ma le aveva sopportate con orgoglio, proprio come cinque secoli prima aveva fatto il maestro Lorenzo. Adesso, niente contava se non rinnovare a se stesso il messaggio di verità nascosto tra le pieghe di una veste o di una mano. Si apprestava perciò a premere l’ultimo pulsante, quando si rese conto che non c’era nessun foro per introdurre le monete. Come aveva potuto avere un pensiero così obsoleto? Da quali retaggi infantili era emerso quel gesto di frugarsi le tasche? Forse l’aveva sognato o forse era un’immagine venuta a fargli visita dal mondo di prima. Turbato, passò il dorso della mano di fronte al lettore ma il microchip sottocutaneo non si illuminò come di consueto e il display dell’apparecchio lo informò che la transazione era stata negata. Niente pagamento, niente luce. Fece un grosso sforzo di memoria per ricostruire la sua ultima settimana. Diventò investigatore di se stesso interrogandosi sulla sua condotta recente, ma niente gli pareva stonare, nessun ritardo nei pagamenti, nessuna scadenza violata, nessun atteggiamento sopra le righe, nessun atto di insubordinazione. Proprio non capiva cosa fosse andato storto. Non gli restava che recarsi all’ufficio dell’educazione civica internazionale e chiarire la faccenda.
L’impiegato aveva la cravatta e uno sgargiante rossetto rosso. Il nome che esibiva sul badge finiva con un grosso e impronunciabile asterisco. Non fu necessario che Lorenzo spiegasse il motivo della sua visita, la risposta comparve a chiare lettere su uno schermo prima ancora della domanda. Prestito illecito, questo il reato di cui si era macchiato. Seguiva la data e il numero di kilowatt incriminati. Lorenzo ci mise un po’ a dare un senso a quelle cifre. Poi, di colpo, l’immagine di un pomeriggio di una manciata di giorni prima si compose nella sua mente come la soluzione evidente di un rompicapo di poco conto. Si chiamava Maria, la sua nuova vicina di casa, e aveva occhi color verde foglia. Gli aveva suonato il campanello due volte, in preda ad un imbarazzo che le aveva acceso le guance rendendola ancora più bella. La prima era per un cucchiaio di polvere di caffè che lui non esitò a donarle, rovesciandone un po’ sul ripiano della cucina, la seconda per caricare la batteria del telefono. Si vergognava a confessarlo ma aveva finito i kilowatt statali ed era condannata a vivere al buio per un’intera settimana. La cosa non la disturbava più di tanto ma una telefonatina a sua madre, almeno quella, la doveva fare. Certo è che Lorenzo avrebbe dovuto sapere che era cosa vietata e sanzionabile il prestito di kilowatt tra onesti cittadini ma l’idea di stabilire un contatto con lei ebbe il sopravvento. Mentre il telefono si caricava, parlarono dei loro studi e di un localino in un angolo remoto fuori le mura in cui il proprietario, in barba alla legge mondiale sulla salute alimentare, serviva ancora vino. Per lei la città era ancora da scoprire e lui si offrì di accompagnarla, se lo avesse gradito.
L’uomo asterisco gli comunicò l’importo dell’ammenda, pagata la quale, avrebbe potuto procedere alla riattivazione del suo dispositivo sottocutaneo. La soluzione sembrava dunque a portata di mano se non fosse che per pagare la multa avrebbe avuto bisogno di quello stesso microchip che era stato bloccato. Inutile illustrare l’insanabile paradosso all’impiegato, inutile protestare, arrabbiarsi, sperare in uno strappo alla regola, in un gesto eccezionale dettato dall’umanità o per lo meno dal buon senso. In questi casi, gli spiegò con aria di sufficienza, entrava in funzione il secondo microchip, quello sotto la pianta del piede, facoltativo ma fortemente consigliato. Non essendone dotato, la procedura di sbloccaggio risultava molto più lunga e farraginosa. Lorenzo ci si sottopose suo malgrado senza lamentele, alimentando col pensiero l’intimo desiderio di contemplare la tela, l’unico che leniva l’insofferenza rendendo sopportabile quell’enorme seccatura. Dopo un’ora di codici, impronte digitali e riconoscimento oculare, finalmente il debito fu estinto, il dolo espiato e il microchip riattivato. Povera Maria, pensò Lorenzo uscendo dall’ufficio, forse anche a lei era toccata la stessa sorte, forse avrebbe dovuto sopportare un’altra settimana al buio. Magari stavolta le avrebbe regalato delle candele e un invito a cena in un ristorante dove si serviva solo coca cola. Meglio non rischiare. Giunto di nuovo faccia a faccia con la sua nemica, non ebbe più esitazioni. Premette l’ultimo pulsante e passò il dorso della mano sul lettore della pulsantiera che questa volta emise un suono acuto e rassicurante.
Varcò la soglia a passi lenti, quasi solenni. Un tripudio di riflettori lo accecò mentre un rap in lingua grukistana a volume incontrollato gli sfondò i timpani e un profumo zuccherino saturò l’aria rendendola irrespirabile. Il quadro era posto dietro l’altare, in un’aerea delimitata da un cancello invalicabile, coperto da svettanti candelabri che ne impedivano la vista. Lorenzo afferrò le sbarre del cancello e provò ad abbassarsi, ad alzarsi, a cambiare prospettiva per riuscire a cogliere la tela nella sua interezza, ma ogni tentativo fu vano. Si vedevano solo macchie di colori e linee interrotte, nessuna figura era leggibile nella sua interezza. Annegata nell’artificio, la visione dell’opera gli era preclusa. Ormai il pulsante era stato premuto, la scelta compiuta. Lorenzo si aggrappò alle sbarre e si mise a urlare.
Julia