“Io mi lavo una volta a settimana, ragazzo mio” si giustificò l’anziana facendogli strada nel suo umile bilocale. Due stanzucce spoglie e un po’ scrostate trasformate in rigoglioso giardino botanico, “ma loro, tutte loro” concluse accompagnando la voce tremante con un ampio gesto che abbracciava le piante tutt’intorno, “che colpa hanno?”
“Posso appoggiarle qui?” chiese Orlando che voleva solo sgravarsi dal peso delle due taniche.
Lui neanche se lo ricordava il tempo in cui dai rubinetti sgorgava un fiotto di acqua fresca e limpida a tutte le ore del giorno e della notte ma per Adelina era ancora memoria recente e aveva fatto non poca fatica per comprendere e accettare le ragioni di quell’imposta austerità. Alla fine, anche lei, come tutti, aveva capitolato di fronte al fatto che l’umanità fosse colpevole se il pianeta si stava sciogliendo come un gelato al sole e aveva imparato a risparmiare. 
“Inutile lamentarsi, sono comunque più fortunata di quelle povere donne che devono attraversare il deserto con un’anfora sulla testa per avere un po’ acqua!” aveva concluso bonariamente, “almeno qui me la porti tu”. Gli aveva allungato quattro banconote arrotolate, togliendosele dal reggiseno, con un gesto che Orlando aveva visto solo in qualche vecchio film e che gli parve buffo. Poi, insieme, avevano travasato l’acqua nelle bottiglie di vetro e la vecchia aveva cominciato a versarle con parsimonia nei vasi, premurandosi di potare i rami secchi e di spolverare ogni foglia con un panno umido per farla respirare. E mentre lo faceva prendeva aria anche lei, come rinvigorita dall’odore della terra umida, sotto lo sguardo ammaliato del giovane che ogni volta rischiava di arrivare in ritardo dal cliente successivo; ricchi borghesi, di solito, che smaniavano per riempire le loro jacuzzi. 
“Sai che se trasformassimo ogni appartamento in una piccola foresta il pianeta si raffredderebbe all’istante?” 
“Dovresti proporlo al Presidente, ora devo andare, stammi bene, Adelina” tagliò corto, dopo una rapida occhiata all’orologio, ma i suoi passi lungo il corridoio ingombro di fronde furono arrestati dal suono del campanello. “Strano” sussurrarono all’unisono il giovane e la vecchia, entrambi consapevoli che da quando era morta la nipote, nessuno metteva piede in quella casa. Poi, di colpo, lei si ricordò di aver ordinato la spesa col servizio a domicilio e lo pregò di aprire, certa che si trattasse del garzone. 
“Orlando Giaume, lei è in stato d’arresto per attività di contrabbando di beni soggetti a restrizioni statali” tuonò un imponente uomo in divisa. 
“Che succede?” chiese Adelina sopraggiungendo con l’innaffiatoio in mano. 
“Di lei, signora, ci occuperemo un’altra volta ma sappia che la sua attività di giardinaggio clandestino è nota da tempo alle forze dell’ordine.” Adelina si portò una mano alla bocca, trattenendo a stento un moto di indignazione che non avrebbe certo giovato alla sua posizione nei confronti della legge. 
“Signor Giaume, mi segua.”
Orlando sapeva che prima o poi sarebbe successo, e sapeva anche che nessun avvocato, per quanto bravo, avrebbe potuto risparmiargli una decina di anni in un hub di rieducazione e resilienza. Forse avrebbe potuto tentare la strada del pentimento, cantare i nomi dei pezzi grossi per ottenere qualche sconto di pena. I nomi li conosceva, la rete di hacker che riusciva ad accedere al sistema informatico dell’acquedotto si reggeva su un gruppo ristretto di dissidenti esperti di crittografia. Lui era entrato nel giro per caso, senza una precisa intenzione, solo perché serviva qualche mulo per le consegne, qualcuno con la faccia e la fedina pulita, come era lui. 
Orlando cercò con lo sguardo Adelina e le sorrise con una leggera alzata di spalle, come a volerla rassicurare che se la sarebbero cavata entrambi ma in cuor suo sapeva che il giardino sarebbe stato sequestrato e Adelina rinchiusa in qualche ospizio. 
“Perché non collabora, signor Giaume? Perderà la stima e la protezione dei suoi superiori che, le ricordo, sono imputati di crimini di stampo mafioso, ma guadagnerà quelle dello Stato” gli propose l’avvocato d’ufficio, durante l’unico colloquio che gli fu concesso. 
“Vendiamo acqua, avvocato, non eroina”
“Sono entrambe attività illegali.”. 
“Sì ma non può ignorare la differenza. Non aiutiamo la gente ad ammazzarsi, la aiutiamo a coltivare gli orti, annaffiare la piante, o tutt’al più a concedersi il piacere di un tuffo in piscina.”
“Sa benissimo che il razionamento delle risorse idriche è l’unica possibilità di salvezza dell’umanità e comunque qui la questione è di ordine legale, non morale.”
“Le due cose non dovrebbero andare a braccetto?”
“Ho capito. Lei non collaborerà.”
Tre giorni dopo il blindo si chiuse alle sue spalle con un tonfo metallico senza appello. 

Per prima cosa dovette spogliarsi completamente, ma nessun abito gli fu consegnato in sostituzione del suo. Gli ospiti dell’hub di rieducazione e resilienza erano nudi, né avvertivano il bisogno di coprirsi visto che il termoregolatore simulava un imperturbabile clima primaverile.Un’occhiata al di là del vetro che separava l’ufficio dall’area di detenzione bastò a confermarglielo. Uomini e donne senza veli, corpi di ogni forma e dimensione, che nel loro insieme componevano un affresco pietoso, sorseggiavano un liquido scuro da calici di cartone e tenevano il tempo di un pezzo tecno.

“Benvenuto”gli disse affabile l’addetta all’accoglienza, stretta nel suo tailleur impiegatizio. 
 “Hanno l’aria di divertirsi laggiù” rispose lui, accennando alla scena oltre il vetro, nonostante gli suscitasse la nausea.
“E’ finita l’era delle celle, del cibo infimo e dell’astinenza. Si troverà bene, vedrà” 
“Suona più come una crociera che come un carcere.”
“Una crociera dalla quale non si può scendere ma pur sempre una crociera” lo congedò la funzionaria laconica. 
La porta a vetri si aprì e Orlando ne varcò la soglia, con gli occhi smarriti e le gambe titubanti, vergognandosi della propria nudità come un giovane Adamo. Qualcuno gli mise in mano un bicchiere e qualche chips di locusta, qualcun altro una pillola.
“Che roba è?” chiese alzando la voce per superare il frastuono.
“Per non dormire!” comprese leggendo il labiale. 
Aveva visto la pubblicità, la buttò giù con un sorso di quella bevanda scura dal sapore di glucosio alla menta. Sentì una mano corrergli lungo la schiena. Si voltò di scatto e vide labbra sottili muoversi, un volto di donna maturo e lucido di sudore. 
“Andiamo di là?”
“Cosa c’è di là?”
“Sei nuovo, vero?”
“Già.”
Lo prese per mano e lo trascinò oltrepassando la calca. Attraversarono uno stretto corridoio inondato di luce al neon ed entrarono in una sala circolare chirurgicamente bianca. Ovunque, per terra, e sui divani intorno, si consumavano frenetici amplessi. La donna si chinò e strusciò i seni sul suo membro.
“Aspetta, per favore” le chiese allontanandola con un gesto più brusco di quanto avrebbe voluto, “non so neanche come ti chiami”. Lei ci pensò su per un po’, di colpo accigliata, e concluse di non ricordarselo. “E’ un effetto collaterale della pillola, ma in fondo che importa?” concluse chinandosi di nuovo. Orlando arrestò la sua foga ancora una volta e lei capitolò.
“Qui non c’è molto altro da fare, ti ci abituerai” commentò con noncuranza, prima di unirsi ad un corpo qualsiasi. Orlando tornò nella stanza da cui era venuto, vagò urtando la folla. Avrebbe voluto una cella, due metri quadrati e una branda, avrebbe voluto il silenzio, la solitudine e una coperta. Avrebbe voluto dormire, ma non aveva sonno. Non sapeva se era giorno o notte, le luci là dentro non si abbassavano mai. Una guardia lo accompagnò all’ascensore, disse che era l’ora del suo turno. 

Uomini e donne in batteria, chini in penombra, assemblavano fucili, i gesti sincronizzati, scanditi dal rumore metallico del montaggio. Al suo ingresso, una delle migliaia di postazioni si illuminò, segnalando la fine di un turno di lavoro. Orlando vi fu condotto e prese il posto di un giovane coi capelli bianchi e gli occhi cerchiati. 
“Cosa devo fare?” gli chiese smarrito, cercando invano un barlume di luce nel suo sguardo.
“Segui il tutorial e non perdere il ritmo.”
“Perché ci fanno fare questo?”
“Tu vuoi la pace?” 
Orlando annuì timidamente.
“E allora dobbiamo fare la guerra” concluse il ragazzo canuto in tono meccanico; Orlando lo trattenne solo per dirgli come si chiamava, perché il suo nome, finché lo avrebbe ricordato, era l’unica parola a cui poteva ancora credere. Poi si lasciò cadere sulla sedia e accese il piccolo schermo davanti a sé. Per un attimo la massa operosa di prigionieri tutt’intono gli parve un folto bosco senz’acqua. 

Julia