Elle est retrouvée. Quoi? La normalité.
E allora è bello, malgrado tutto, chiudere di nuovo gli occhi e aggirarsi per le strade di una città cangiante, in cui un filare di tigli, a margine di una strada del parco, può essere cancellato da un colpo d’iride e sostituito da un argine nebbioso di canne o erbe secche. E se l’ambiente evocato non è abbastanza, si può osservare, da dietro o dall’alto, una passeggiata litoranea, dove il mare se ne va col sole, e imboccare, sulla destra, un gomitolo di strade diroccate e piazzette sul cui selciato sbadigliano frontoni di chiese spumose come meringhe. O volare sullo skyline notturno, a più livelli, di grattacieli e cattedrali gotiche, tra sopraelevate e pannelli pubblicitari a led. Oppure si può seguire la fiumana nella via dello shopping, dove la luminaria dei negozi sfavilla a fianco dei lucidi specchi dei caffè.
È qui che l’occhio chiuso di Carlo, anima sentinella, si apre, nella filigrana di ombre colorate di una piazza del duomo a Natale, sul nitido viavai di borse, piumini e pellicce di là dal vetro d’una cioccolateria. E Carlo si vede vedersi, nella sala interna, (c’è un tepore da tepidario), seduto a un tavolino, mentre stringe la mano di una giovane donna.
Sul ripiano di marmo c’è un piattino con dentro foglie laccate di pungitopo, un bicchiere basso in cui brucia un cero violetto e due tazze di cioccolata calda al peperoncino. Carlo sente se stesso parlare di regali natalizi e progetti di viaggi all’estero per deliziare le vacanze imminenti, e la donna davanti a lui lo ascolta sorridendo: ha gli occhi chirghisi e le pupille nere nere che lo fissano grandi oltre le lenti degli occhiali di metallo.
Sorbendo la cioccolata, densa, col cucchiaino, Carlo si ascolta passare di palo in frasca: i “desiderata” dei regali (è d’obbligo il latino), il menu di natale, come sempre, a ragù di funghi, lesso e salsa verde, un albergo di montagna da spendere il giusto (giusto, come il tributo da pagare, for Christmas, alla famiglia, per cui c’è chi scia e chi no, e quanto ai bimbi, anche se lei e Carlo non ne hanno, almeno ancora – ma stanno provando – pei nipotini, dico, bisogna cercare un compromesso, da avere un po’ d’animazione a sera e, al limite, un centro benessere per metterli a sguazzo – la sauna ancora no, son troppo piccoli – e la pensione completa no, ma la mezza sì, va bene, così che il giorno ognuno fa quel che vuole e la sera va anche bene ritrovarsi al tavolo, serviti e riveriti).
E mentre il discorso, un po’ per caso e un po’ per non morire, casca sulle contraddizioni in cui s’involge quella famosa comica, che chiamano Ciampaletto, che prima fa in tivù quei gran pipponi sull’ambiente e poi, nella reclame, ti pubblicizza lo Swifter usa e getta, ecco che accade di nuovo.
Dapprima sorge così, non voluta, dai meandri dell’intestino o della memoria. Poi si compone nel palato, come uno stormo di uccelli rivieraschi che formano in cielo varie figure, infine si fa frase, quasi lettera. E Carlo si osserva ricordarsi che quando accadde per la prima volta era da solo al mare, camminando al tramonto sul litorale della sterpaia, e quella misteriosa frase (che forse era un rito, chissà), venne su così, da sé. L’aveva pronunciata con un filo di voce appena, vattela a pesca, o a malapena sussurrata tra le labbra. In canis … è inutile, non serve ricacciarla, essa ritorna, preme sul retro dei denti, vuol essere ponzata e articolata … In canis corpore … e la voce di Alessandra (questo il nome della sua fidanzata) sparisce, si dissolve il clamore dei suffragi umani, degli slanci comuni nei centri commerciali addobbati a gingles e abeti giganti: la frase ritorna, ora come allora. In canis corpore trans … In canis corpore transm … e Carlo si sorprende a sorprendersi, si stupisce a stupirsi, di come quella frase s’imponga, alta e perentoria nella sua banalità. In canis corpore transmuto. E le orecchie di Carlo si allungano, si fanno pelose, e le braccia e le gambe si rattrappiscono, diventano zampe. E qualcuno che si fosse trovato per caso a passeggiare per l’esigua pineta della sterpaia o, come allora, avesse spiato, il giorno della vigilia di Natale, dal buco della porta del bagno della cioccolateria Franz, avrebbe visto un uomo che andava lentamente trasformandosi in cane.
Quando il cristallino di Carlo si riattiva, la retina interna mette a fuoco le linee sbiadite, poco più che ombre, di un soffitto. E Carlo si vede disteso sul letto a fumare, il braccio sinistro piegato sotto la nuca. La brace della sigaretta si avviva nel buio, a ogni tiro, come la fiamma d’un carbone al soffiare del vento. Alessandra è girata di fianco. Sono passati, forse, un paio di mesi dall’episodio della cioccolateria (se ha senso contare i mesi in questo prisma babelico di forme e di colori che sovrappone tempo e tempo) e da allora è successo tante altre volte. L’ultima a cena dai consuoceri, quando la frase si era imposta a metà dei fegatini, costringendo Carlo ad addurre una nausea improvvisa. Un quarto d’ora dopo lo avreste visto ululare alla luna di febbraio nei boschi tra Castello e Gambassi. Ma dove sarà finito?, si chiedevano tutti, sgranocchiando i crostini, e Alessandra, nervosa, a bere il vino dal suo basso calice, quasi una coppa, e ad appoggiarlo sul tavolo con stizza. E tutti a guardare i suoi occhietti neri neri e furibondi, senza osare intromettersi nell’incazzatura trapelata che cambia il clima delle cene di famiglia poiché si capisce che qualcosa, nella coppia, non va, e tutti si preoccupano e tacciono anche se continuano a mangiare e a rompere il silenzio dicendo “mi passi il vino” o “è venuta bene la ciccia”, mentre Carlo, tra i rami e le forre d’argilla, guaisce libero e senza meta.
Era proprio una maledizione, quella. Involontaria, per lo più. Eppure a tavola si parlava di viaggi e di tessere, di noi che s’ha ragione e degli altri che hanno torto, e il convivio, seppur stanco, procedeva con vassoi d’arista e piselli passati di mano in mano, e qualcuno diceva di maniche rimboccate e work must go on; e allora perché quella frase, di nuovo, quando non c’era nulla che non andasse? In canis corpore … e l’occhio di Carlo, da fuori, anzi, dall’angolo estremo da cui pareva osservare le cene un celebre pittore veneziano, si chiese chiedersi se non fosse (o meglio, non fosse stato) lui solo a rigirarsela in testa, quella frase, o se qualcun altro, magari, tra una forchettata di bucatini e un “come sta”, si fosse sentito fragile come lui e non avesse desiderato, contro la propria volontà, di vagare disperato per campi di granturco con un paio di orecchie allungate, una coda e gli arti pelosi. Cosa avrebbe potuto rispondere alla suocera, al suo repentino “che hai”? Uuuh, uuuh! “Almeno tieni giù le zampe, che m’imbratti la tovaglia di lino!” Uuuh, uuuh! “Alessandra, amore, dagli un po’ di rosticciana avanzata, ma fuori, ché qui mi sporca il pavimento”. Uuuuuuuuuh! Oppure avrebbe avuto pietà, come quella mostrata da chi non può permettersi il lusso, anche contro se stesso, di essere un cane mannaro?
E ora Carlo, fumando disteso sul letto dopo l’ennesima cilecca (motivo per cui Alessandra è girata di fianco facendo calare un silenzio da ghiaccia di Cocito), sa che è venuto il momento. Amore, io ti amo e so che tu m’ami, ma cosa ti sta succedendo? L’ultima settimana sei sparito per tre giorni interi. Dov’è che vai? Hai forse un’altra donna? Non ti piaccio più? E prese a singhiozzare, e lui a consolarla, come si fa di costume. Che fare? A lei che incalza lui risponde che se glielo dice teme di averne gran male, di alienarle il suo amore, e di perdersi lui stesso. Ma lei non vuole saperne. Le lacrime asciutte hanno lasciato attorno agli occhi un alone di secca curiosità e lui le narra i suoi casi.
Comincia col dire che a volte, quando tutto sembra andar bene, gli piove in testa una frase che non può ricacciare, e poi una gran voglia di togliersi i vestiti di dosso e correre via, senza meta. Uuuuh! E non è chiaro, quando il pelo gli cresce e i canini si allungano, se sia più la vergogna del cane che sta diventando o l’orgoglio di quell’ululato ad avere la meglio. E non c’è altra strada che fuggire dagli altri, dai bar, dai musei, dai mercati antiquari, insomma via dall’umano consesso senza riuscire a capire se sia più l’imbarazzo dei cani rognosi (che restano fuori) o la voglia del plenilunio (anche se i cani, rispetto ai lupi, sono men belli a vedersi, più incerti sul da farsi, stretti tra il selvatico e il domestico, tra il vorrei ma non voglio). Questo gli accade, racconta ad Alessandra, quando si trasforma, senza capire se questa non voluta metamorfosi sia un bene o un male.
Ma questa vergogna è nulla se rapportata a quell’altra, della coperta. Perché Alessandra non sa, ma lui glielo spiega, che arriva un momento, durante i suoi bandi in cui fugge (peraltro senza che alcun cacciatore lo bracchi) che una forte nostalgia, di tutto, lo coglie, e che c’è un luogo in cui Carlo ha nascosto (perché è stato lui a volerlo) una veste. Se l’è fatta follare, cardare, filare dai migliori artigiani della città, spendendoci non pochi soldi, ma è stato lui a intrecciarla in trama ed ordito. Ora c’è un posto, in città, noto a lui solo, in cui Carlo ha nascosto la veste. È lì che si reca (mamma mia, Alessandra, che vergogna, come spiegare? …) quando il suo essere nudo diventa paura. E allora afferra la veste, la indossa e ritorna un umano. Per questo il segreto è vitale: se qualcuno sapesse e gliela rubasse, rimarrebbe un lupo per sempre e non avrebbe più soccorso.
Questa veste è sempre bene averla a qualche isolato, perché lui non è una fiera orgogliosa (tale il licantropo), le ripete ancora, ma un pavido cane che avanza a due zampe, che come sente un piccolo crac, a notte fonda, dietro un cassonetto, non è che pensa ai gatti in amore, ma a un qualche pulotto armato di taser. Come l’ultima notte, quando aveva addotto un impegno di lavoro allo studio (è dura la vita dei geometri) ma in realtà perché la frase era tornata, si era ritrovato a ululicchiare sui binari del metro sopraelevato tra fumi dalle grate e scintillii elettrici, quand’ecco in lontananza una coppietta abbarbicata sulle panchine della fermata Duomo (che manco lo avevano visto e certo non tenevano in tasca una fionda caricata a proiettili d’argento, ammesso, contro i cani, servano); lui, anziché mostrare il petto e cacciare un ululato, per paura di essere sgamato cosa non ti fa? Sale sul parapetto in calcestruzzo e si butta di sotto, dritto sul tettuccio di una macchina, e parte l’antifurto e lui via!, nel primo vicoletto. Oppure come quando, con le palle e le emorroidi ciondoloni (anche da cane mannaro, quelle, non se n’erano andate, anzi) se ne stava accucciato sotto il vetro appannato di un pub, a fiutare col naso grigio e bagnaticcio gli odori di gulasch e salsiccia infiltrati da uno spiffero, gli parve di vedersi dentro, al calduccio, seduto su una panca insieme ad Alessandra, la sua mano in una mano e nell’altra una pinta, e allora (che pena, amore mio, che vergogna) gli veniva una gran voglia di essere vestito, come tutti gli altri.
A quel punto si ricorda della veste. Quella veste che qualcuno ha cardato, follato, filato, senza che apparentemente ce ne fosse bisogno (capisci, Alessandra, non ce n’era bisogno, porca puttana!, e qui s’infervora e la scuote, e lei lo guarda come un pazzo); quella veste che lui, per non impazzire del tutto, era pure disposto a pagarsi (che cazzo!), e certo non era il solo. Perché sembrava facile, provava a spiegare, far finta di nulla e dover nascondere che è giusto, e nobile, e bello, essere dei cani nudi quando tutti credono (o fingono di credere) che vestiti si sta meglio. Questo lo si pensa di giorno. Ma quando poi, a notte fonda, nessun altro cane risponde al tuo guaito, l’unico modo di non morire è rimettersi il vestito.
A questo punto Carlo le dice dove l’ha nascosto, perché la ama e con lei non vuole fingere. C’è un posto, in downtown, che non è una cappella, ma una vecchia cabina del telefono … ma qualcosa sembra essersi rotto. Al termine del suo racconto, Alessandra si è fatta rossa in viso e ha scostato la mano. Quell’avventura l’aveva sconvolta, e non era tanto il fatto che lui fosse un cane, no, era qualcos’altro, d’inaccettabile.
Pensò a varie scuse per potersene andare,
perché al suo fianco non voleva restare.
(continua …)