“Insomma, dovresti proprio prenderla quella pillola. Una compressa all’anno per vivere trent’anni in più, mica male, no?” lo aveva apostrofato una sera sua moglie, scongelando un minestrone a cubetti davanti ad un tg. 
“Che dici? Di che parli?” aveva risposto distrattamente Manrico mentre cerchiava con la penna rossa gli innumerevoli errori ortografici sui compiti dei suoi studenti. 
“Pensa che spreco, dormiamo per più di un terzo della vita. Prendi una pillola e non hai più bisogno di dormire. E’ un vero miracolo scientifico!”
“Già” aveva commentato lui, noncurante.
Erano passati due anni da quella sera e mentre Manrico aveva condotto la vita di sempre, fatta di lezioni di filosofia che gli ritornavano indietro incomprese e di piccole abitudini rassicuranti, tutti, intorno a lui, avevano ceduto alla seduzione di Extralife. Ogni amico, collega o parente che lo chiamasse, di tanto in tanto, per assolvere a un dovere sociale più che per affetto, non riusciva a trattenersi dal magnificarne gli effetti. Una vita piena di vigore, senza pause, senza sonno. Una vita con più soldi, più tempo, più energia. Una vita senza tempi morti, una vita che ne valeva due. “Preferirei di no” bofonchiava lui ad ogni piè sospinto di fronte alle loro esortazioni a seguire il loro esempio, a compiere quel gesto così piccolo dai benefici così grandi. 
Poi sua moglie aveva cominciato a disertare il letto.
“Che fai? Non vieni a dormire?” le aveva chiesto lui, come ogni sera intorno alle undici, con gli occhi a mezz’asta difronte a un film. 
“Non ho sonno. Forse esco.”
“E dove vai a quest’ora?”
“Torno in ufficio, mi è rimasto del lavoro da sbrigare.”
“In ufficio di notte?”
“Oh, insomma, tu proprio non vuoi capire! Il mondo non si ferma mai, non esiste più la notte.”
Lei aveva cominciato a uscire tutte le sere come se fosse stato giorno: scartoffie, cinema, happy hour, shopping e chissà cos’altro. Lui aveva continuato a spegnere la luce alle undici e mezzo e a dormire otto ore. Intanto la tv diceva che il paese stava vivendo un nuovo boom economico, che la prosperità e il benessere dei cittadini non erano mai stati così diffusi dai tempi del dopoguerra. 
Un giorno, fu convocato dal Preside. 
“Caro professore, ecco l’orario aggiornato secondo le nuove disposizioni della scuola day and night. Trentasei ore e stipendio raddoppiato, sarà contento?”
“Veramente…preferirei di no”
“Come sarebbe?”
“Io di notte dormo.”
“Vuol dire che non ha ancora preso la pillola?”
Manrico chinò appena la testa.
“Male, malissimo. Cerchi di mettersi in regola al più presto”.
Uscito dalla scuola, fece un giro in città e gli sembrò che la gente, tutta quella gente dai volti attoniti e i sorrisi contratti, che si era aggiudicata una considerevole quantità di tempo, corresse più di prima, si affannasse più di prima, non per viverlo ma per spenderlo, il tempo, in tutti i modi in cui era concesso farlo. 
La mattina, al risveglio, trovò una lettera sul cuscino accanto al suo. 
“Buon sonno.”
Qualche settimana dopo, anche il preside lo liquidò con una lettera, di poco più lunga di quella di sua moglie. L’ultima lezione del professor Marrico Giusti fu sul tetrafarmaco di Epicuro. Vivere senza paura. Del fallimento, del dolore, della morte, degli Dei. Un farmaco che non si sintetizza in laboratorio ma si produce forgiando lo spirito. Questo augurava ai suoi studenti, congedandosi. 

Manrico non sapeva esattamente cosa stesse facendo, né perché fosse disposto a perdere tutto per una stupidissima pillola. Quante cose avrebbe potuto fare in trent’anni di vita? Viaggiare, leggere, imparare uno strumento. In fondo, cosa c’era di così scandaloso nel fare quello che ormai tutti avevano fatto? Che rinuncia ridicola che era quella al riposo, a ben pensarci! Morire ogni notte per rinascere ogni mattina, perché? Rinunciare ai sogni a occhi chiusi per realizzare quelli a occhi aperti. Questo era il ritornello che dalla televisione era passato di bocca in bocca persuadendo i più a ordinare Extralife in formato famiglia. Eppure qualcosa di primordiale dentro di lui si opponeva, senza che ne capisse fino in fondo le ragioni. Si ribellava come si sarebbe ribellato un cane al quale si fosse impedito di abbaiare. 
Dapprincipio, provava un intimo conforto nel sapersi in compagnia di altri esseri umani le cui finestre, nei palazzi intorno e di fronte al suo, si spegnevano, ad una certa ora della notte. Manrico si affacciava al balcone e aspettava che il buio calasse nelle sparute case di chi condivideva la sua sorte. Ma più passava il tempo e meno riquadri neri riusciva a contare. Infine, il giorno si perpetuò ovunque, e lui rimase l’unico ad alternare il sonno alla veglia.
Dopo il licenziamento, non era riuscito a trovare nessun altro impiego che si confacesse alle sue esigenze. Ad ogni colloquio, gli veniva chiesto se fosse disposto a lavorare anche di notte e lui, immancabilmente, rispondeva: “preferirei di no”. Viveva degli spiccioli che gli aveva lasciato sua madre e arrotondava con qualche lezione privata. Nessuno lo chiamava più, neanche per dovere sociale. L’imbarazzo e talvolta il sospetto erano gli atteggiamenti più frequenti che gli altri avevano assunto nei suoi confronti. Come fidarsi di chi ha scelto di restare fuori dal consesso della società civile? Di chi potendo avere di più ha scelto di restare con meno? Manrico non ne soffriva più ormai, aveva la sua bella corazza di libri, musica, orgoglio. E di sonno. Otto ore di sacro oblio. Certo, non poteva più permettersi quelle belle cenette a base di gamberi e gewurztraminer, e ben presto dovette rinunciare anche a libri e vinili. In compenso, aveva ripreso contatto con la Natura, intensificando le passeggiate nei boschi di eucalipti che diradavano fino al lago.

 Una notte, fu svegliato dal campanello. Un ragazzino in divisa gli disse che doveva recarsi in centrale per accertamenti. 
“Che succede?”
“Glielo spiegherà l’ispettore.”
“Se è per quella multa…”
“Non ci scomodiamo per così poco.”
“Io non ho fatto niente”
“E allora non deve temere niente” concluse il giovane in tono rassicurante.
Manrico si lavò la faccia in fretta e s’infilò un maglione sopra il pigiama. Salì su un furgone cellulare, di quelli per il trasporto dei detenuti. “Perché tanto spettacolo per niente?” si chiedeva e mentre fendeva la città brulicante, passò in rassegna ogni atto di insubordinazione della sua esistenza, stilando un elenco mentale che gli parve risibile. Il furto di un fumetto, qualche droga leggera e una multa non pagata. 

L’ispettore era una donna di mezza età, dall’aspetto pulito, i denti bianchissimi e il petto pieno di mostrini. Lo fece sedere e gli offrì una sigaretta che lui rifiutò. 
“Io mi ricordo di lei, signor, anzi, professor Giusti, ma lei non si ricorda di me. Sono quella a cui il nostro caro maestro sconsigliava lavori di responsabilità.”
“Evidentemente si sbagliava.” commentò sotto voce Manrico.
“Già. E si sbagliava anche su di lei, quando diceva che ne avrebbe fatta di strada. Lei non è andato molto lontano, o sbaglio?”
L’ispettore si accese una sigaretta e cominciò a soffiargli il fumo in faccia. Manrico avrebbe voluto tossire ma si trattenne. 
“Forse perché è sempre stato molto pigro” riprese la donna, insinuante. 
“Direi piuttosto che non sono mai stato ambizioso, ecco tutto.”
“Lo diventerà, si fidi.”
“Ormai temo sia tardi. La mia personalità e le mie inclinazioni sono quelle che sono”
“Si può sempre cambiare, signor Giusti.”
Entrò un inserviente e posò sulla scrivania un vassoio con due tazze fumanti.
“Lo beva. La notte è lunga” lo apostrofò porgendogli il caffè. 
“Sono accusato di qualcosa? Che volete da me?”
“Niente, se non il suo bene. Vogliamo salvarla dal vortice di autodistruzione nel quale si è cacciato.”
“Perché le interessa tanto la mia sorte?”
“Perché ognuno deve fare la sua parte e lei non sta facendo la sua.”
Ho capito, ancora quella maledetta pillola.  C’è forse una legge che mi obbliga a prenderla?”
“Ma come le viene in mente? Questo è un paese libero, professore.”
“Allora mi lasci andare”
“Certo, dopo che mi avrà dimostrato di poterne fare a meno.”
L’ispettore gli puntò la lampada negli occhi e fece partire una musica techno a volume altissimo, prima di sottrargli la sedia e congedarsi.
“Ci vediamo tra ventiquattro ore. Una telecamera la osserverà per tutto il tempo. Ogni volta che chiuderà gli occhi verrò a svegliarla”
“Perché?” protestò Marrico senza ottenere risposta. 
Nonostante la luce lo accecasse e i bassi gli trafiggessero il cervello, dopo una decina di ore cominciò a cedere al sonno e ogni volta la donna, implacabile, entrava e gli tirava uno schiaffo. Manrico si mordeva la lingua coi denti e si infilava le unghie nella carne per restare vigile. Epicuro, il tetrafarmaco, dominare gli impulsi, liberarsi dalla schiavitù. 
Più tardi, il suo corpo cominciò ad essere scosso da violenti spasmi e ad accasciarsi sul pavimento, e puntualmente l’ispettore lo rimetteva in piedi e aumentava il volume della musica. 
“Batte già la fiacca, professore?” lo derideva ogni volta, “le avevo suggerito di bere il caffè ma lei non mi ha dato ascolto!”. Con frequenza crescente, gli occhi invocavano pietà e cadevano nel baratro del sonno. Dal buio venivano voci distorte a chiedere il conto. Sua moglie, il preside e gli amici di un tempo, spettatori compiaciuti di quel gioco al massacro. 
“Voi mi avete ridotto così, andatevene! Perché volete vivere due vite? E’ già così difficile viverne bene una”. Dormire, sognare. Lasciare che il tempo sia perduto per sempre. 
 Manrico Giusti resisté per tre giorni e tre notti. Poi, con gli occhi iniettati di sangue e le labbra secche, invocò la pillola. 
“Bravo, professore. Glielo avevo detto che si può sempre cambiare. Cambiare o morire.”

Julia